Palazzo Montecitorio, foto di Manfred Heyde, Wikipedia

La politica alle prese con le future elezioni, senza sapere come si voterà

Grandi manovre, esiti imprevedibili
di Roberto Mostarda

Con la stagione scolastica iniziata, anche la politica, per così dire, torna sui banchi: sono cominciate le grandi manovre in vista del voto che si terrà – a meno di imprevedibili accadimenti – nella primavera del prossimo anno.
Due le incognite che emergono, senza grandi approfondimenti: non si capisce chi si alleerà con chi, se si alleerà e con quale sistema elettorale ci troveremo a decidere il futuro governo del paese.
Una somma di incertezze certamente non beneaugurante, soprattutto per quel che riguarda il cammino del paese, la ripresa economica ancora lenta e il ruolo internazionale da esercitare in un’Europa che cambia e che affronta, oltre alla Brexit, una serie di passaggi cruciali per la sua stessa sopravvivenza. Un mix di possibili emergenze che non trova nella politica, in nessuno dei suoi esponenti, risposte all’altezza delle questioni sul tappeto.
Il tema alleanze è quello che più di ogni altro sembra interessare i politici, sia quelli che ad esse pensano, sia chi come i 5 Stelle in linea di principio non intende parlarne, immaginando vittorie elettorali autosufficienti.
Ragionando con canoni ormai abusati, e soprattutto in assenza di nuovi più esaurienti, è difficile comprendere che cosa deriverà dai tentativi di Berlusconi di ricompattare il centrodestra, con l’intento di ricreare un’area moderata ancorata al Ppe, e allo stesso tempo da parte di Salvini, che pensa invece ad un rassemblement più radicale, euroscettico. Una situazione assolutamente intricata e neppure paragonabile all’impresa che l’ex cavaliere portò a compimento con i suoi esecutivi, riunendo Bossi e Alleanza Nazionale in quello che poi diventerà il Pdl.

Parlamento Italiano, Wikipedia
Confusi restano anche i riferimenti politici ed ideologici, essendo sostanzialmente eccentriche le posizioni dei due leader e divergente l’ambizione di entrambi. Per Berlusconi, al netto di inchieste sempre in agguato e senza una completa agibilità politica, quella di rimettere in piedi un vero partito di centrodestra di ispirazione liberale che possa riassumere la guida del paese.
Per il leader del Carroccio, invece, l’occasione di una vera e propria “rivoluzione copernicana” dell’area moderata, creando una trazione leghista ad un centrodestra sempre più orientato su politiche di chiusura su temi come l’immigrazione, l’euro, le politiche economiche. Alla ricerca di una definitiva estensione del partito dal nord al resto del paese. Operazione non facile, nonostante l’alleanza tattica di Fratelli d’Italia.
Un rebus di non facile decrittazione anche quello che riguarda il centrosinistra e la sinistra. Per il Pd si tratta della stagione più complessa e difficile dalla sua nascita. Il segretario ed ex premier Renzi, si trova a fronteggiare una dialettica interna sempre più accentuata, al di là della sostanziale maggioranza sulla quale può contare. La minoranza dichiarata e quella potenziale appaiono sempre più attirate dalla novità rappresentata dal campo progressista immaginato dall’ex sindaco di Milano, Pisapia, e dalla convinzione di rafforzare la presenza sociale del partito per recuperare l’elettorato di sinistra, che ha disertato le ultime occasioni di voto in sede locale. Cruciale per il futuro potrebbe essere il risultato in Sicilia. Appare evidente che Renzi difficilmente potrà immaginare in caso di vittoria di tornare a Palazzo Chigi, a meno di un’estenuante compromesso con le diverse anime in contrasto. Per Mdp si tratta della battaglia campale per esistere e per dimostrare le ragioni di una scelta come quella della scissione sostanzialmente autolesionista per la sinistra intera, alla ricerca di un’improbabile revival della componente ex comunista, messa in difficoltà dalla stagione renziana ma anche dall’evoluzione politica del paese.
E poi, c’è l’incognita dei Cinquestelle. Dati per vincenti o comunque prevalenti alle urne in ossequio alla classica infatuazione che coglie il paese dinanzi alla rottura degli schemi, i pentastellati stanno affrontando la più grave crisi di identità dalla nascita del Movimento. Non illudano le parole d’ordine di Grillo, il suo andirivieni dal palcoscenico. In realtà è in atto un dissidio crescente con Casaleggio junior e la sua visione “webcentrica" del movimento, e tale dissidio sta attraversando gran parte dei dirigenti. Sarebbe evidente una crisi di crescita, anche se è difficile dire verso quale obiettivo e se si possa trattare realmente di sviluppo, soprattutto dinanzi all’inconsistenza sostanziale apparsa nelle aree critiche di Roma. E nonostante la sicumera autoreferenziale dell’aspirante premier Di Maio, siamo sempre di fronte a una realtà dove le incognite sono preponderanti rispetto alla chiarezza e ai programmi pressoché inesistenti.
L’altro punto dolente della situazione, il sistema elettorale. Le considerazioni che precedono mostrano con abbondante evidenza come un simile quadro politico non faccia pensare a possibilità di convergenze chiare su obiettivi condivisi nel breve termine della fine legislatura, dopo che quest’ultima era cominciata con l’intento di procedere in direzione di riforme istituzionali destinate a migliorare l’assetto dello stato e del sistema. L’esito negativo del referendum ha congelato il cammino delle riforme e portato in evidenza la confusione dello scenario politico e l’assenza, da parte di tutti, di una visione del futuro del paese che si possa considerare coerente e completa. L’impossibilità di arrivare ad una scelta di sistema di voto capace di fare chiarezza, costringerà – a meno di uno sviluppo oggi imponderabile – ad andare alle elezioni con un proporzionale puro, foriero di tutto fuorché di maggioranze chiare per governare.

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