foto di geralt, Dominio pubblico, tratta da pixabay

Una sensazione straniante nella ripresa della stagione politica

Chi parla, realmente, agli italiani?
di Roberto Mostarda

I tamburi della politica sembrano essere tornati a risuonare nel concreto svolgersi di quelle kermesse che una volta erano le feste dei partiti e che oggi, nella scomparsa di essi, si trascinano stancamente in forme assembleari più o meno chiuse in se stesse; pallida immagine delle folle di quelli che furono ben altri momenti storici del paese e dell’agone politico che li accompagnava.
Un sintomo chiarissimo e non certo positivo, della crisi della politica e della difficoltà dei cittadini di riconoscersi nelle sue manifestazioni e nei suoi protagonisti.
Certo, esistono ancora quelle feste, quei momenti di ritrovo e di condivisione, ma a ben guardarli non sembrano avere alcuna forza propria, non manifestano cioè la volontà popolare di esserci, di partecipare, di affermare le proprie idee; anzi, così diventano palcoscenici per altro, per performance più o meno artistiche, per trovate più o meno tali.
Una volta era proprio la partecipazione popolare a dare alimento, a creare le condizioni di confronto, di dibattito, di scontro; con l’appoggio o meno alle tesi dei leader. Oggi questi ultimi sono costretti dalla crisi della politica a promuovere la propria visione, quasi dei piazzisti di merci e lo fanno sempre più spesso dinanzi a platee ristrette ai propri sostenitori.
Accade così che esponenti di spicco, leader di minoranza, sovente non trovino spazio in questa deriva autoreferenziale, tutto sommato autolesionista, con il risultato di arrivare alla germinazione di ulteriori gruppi e di gruppetti che ripetono a loro volta riti e complessità delle, una volta, case madri.
In tutto questo contesto, la domanda più calzante è certamente: chi sta realmente parlando agli italiani? O, piuttosto, chi si ricorda al di là della propria “parrocchia” che esiste un popolo in gran fermento, in evoluzione generazionale, una società variegata e multipolare dove apparentemente convivono passato, presente e futuro del Paese? La risposta è certamente personale; di ognuno di noi, noi italiani che ci troviamo dinanzi a questa situazione.
Un dato chiaro a tutti è che nessuno sembra parlare realmente al paese, alla sua gente, se si escludono i proclami, le alte grida, le critiche agli avversari, il vacuum su programmi, idee, proposte!
Una condizione che sembra, questa sì ed unica, condivisa da tutti gli attori presenti sul proscenio.
Non sfugge ad essa neppure il “nuovo”, il Movimento Cinquestelle, difatti, nel suo necessario avvicinamento al potere appaiono tutte le caratteristiche classiche dei partiti che esso condanna, ponendosi in antitesi.
La kermesse di Rimini ha manifestato diverse cose. Da un lato il carattere non popolare e verticistico dei quadri dirigenti, l’incapacità di una dialettica reale che faccia per così dire apparire i diversi accenti, mentre dall’altra la spaccatura sempre più evidente tra i movimentisti puri, quelli del “vaffa” perenne, e quanti, pur a malincuore, si rendono conto che per pensare di arrivare a governare il paese, occorre in qualche modo sintonizzarsi sulle frequenze che esso esprime.
Non tutte sono “in sintonia” con il dettato dei guru, sia di quello che appare e scompare, sia di quello ereditario! L’autocandidatura di Di Maio, condita anche di una votazione on line che ha mostrato ancora una volta il limite della democrazia via web; ed è apparsa ai più come un rito puramente partitico e neppure di un partito con dinamiche di democrazia.
La stessa base del movimento non è stata entusiasta di quanto accaduto, costringendo ancora una volta Grillo alle sue teatrali giravolte e a fare un passo avanti e un passo indietro con la “mossa”, come recitava una vecchia canzoncina di molti decenni fa che guarda caso si intitolava “il ballo di Peppe”! Il neonato aspirante candidato premier poi, sembra muoversi come un vecchio politico che, guarda caso, prova a misurarsi con il nuovo, con i giovani. Quegli stessi che dinanzi alla sua volontà di parlare tutto sommato politichese, gli hanno replicato: non possiamo perdere tempo, dobbiamo lavorare!
La Lega di Salvini, ancorata alle sue radici nordiste continua a faticare, nonostante l’indubbia vivacità del suo leader, a parlare a tutto il paese, comprendendone appieno le difficoltà e dunque le necessità di individuare e trovare risposte che non siano soltanto condite e sorrette dal: “prima mandiamoli a casa, poi una volta al governo.”! Anche perché sembra essere il refrain ormai scontato. Oltretutto, un modesto consiglio: oltre alle ampolle del Po e a Pontida, forse sarebbe opportuno anche sostare alle sorgenti del Tevere o del Volturno! Così la nuova Lega si rivolgerebbe veramente a tutto il paese e parlerebbe a tutti gli italiani.
Agli italiani, immaginando forse adunate oceaniche in sedicesimo, si rivolge Fratelli d’Italia e il mondo della destra. Malgrado alcune intelligenti intuizioni della leader che sembra parlare ai poveri, a chi è disoccupato, contro la finanza e i poteri più o meno occulti, è evidente che il messaggio fatica a perdere i connotati tipici di chi si richiama comunque ad una concezione politica, pur stemperata, di un populismo datato. Non favoriscono una rigenerazione poi, neppure alcuni apparentamenti e alcuni sostegni di formazioni dichiaratamente di estrema destra per non dire dichiaratamente fasciste! Con ciò rendendo evanescente la spinta della parte più democraticamente orientata per così dire.
Per Forza Italia, come sempre, ogni discorso deve necessariamente fare riferimento al suo leader, l’ex cavaliere. Molti italiani, tuttora, non disdegnerebbero di tornare a votare centrodestra e in direzione liberale. Tuttavia l’assenza di una vera classe dirigente, la concezione verticistica di ogni decisione, il fatto che l’unico che possa realmente parlare senza essere corretto (ammesso che si arrivi a simili libertà di comportamento) è, e resta sempre, Berlusconi, impedendo di capire a quale Italia il partito si rivolga oggi. O meglio si sconta il fatto che l’unica voce che possa tentare di rianimare il centrodestra ancorandolo a forme di democrazia liberale sia la sua. Con tutti i limiti e le contraddizioni che la sua stella calante e la non agibilità politica ancora presente, aggiungono alla visione che gli italiani possono averne.
Last but not least, la sinistra, Partito Democratico e movimenti vari alla sua sinistra che più sinistra non si può. Sino a ieri, in senso storico, il Pd aveva le caratteristiche di un partito strutturato per rappresentare buona parte della complessità del paese, dalle classi lavoratrici ai ceti produttivi, accompagnandone e prevedendone le evoluzioni e pur scontando un ritardo “ideologico” del sindacato su molti fronti!
La stagione di Renzi, la sua rottamazione nel partito, il suo reale impegno ad allargare la base oltre quella tradizionale della sinistra socialista e comunista di una volta, hanno prodotto per ora una scomposizione rischiosa, aggravata dalla supponente e retrograda reazioni di alcuni leader ormai del passato e dal risveglio di altri di origine ulivista anch’essi lontani ormai dalla realtà del paese e del partito. Risultato, difficile capire la vera anima del partito e a chi si rivolga la sua proposta politica.
Lontani da tutto questo gli epigoni della sinistra senza fine, cioè quelli che si pongono sempre più a sinistra di ogni altro della sinistra. Per loro non esiste il paese a cui parlare, ma soltanto quelli che condividono il loro desiderio inconfessato ma sempre presente, di arrivare alla “rivoluzione”.
Qui siamo, per così dire, in un’altra dimensione, in un altro piano mentale!

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