Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Foto di Luca Marfé, via Flickr.

Dopo-referendum, nuovo governo, riforme

Il Paese attende risposte chiare
di Roberto Mostarda

La pagina politica aperta dal voto referendario con le dimissioni immediate – non istituzionalmente necessarie ma politicamente corrette – del premier Renzi pone al Paese, ma soprattutto alla classe politica, una domanda che non ammette risposte evasive o assenza di risposte.
Al di là e al netto di posizioni di pura protesta o di dichiarata ostilità senza costrutto, come quelle assunte da alcune opposizioni (esclusa Forza Italia), che hanno disertato l’aula della Camera durante le dichiarazioni del presidente incaricato Gentiloni. Comportamenti leciti, certamente, ma non opportuni per quei gruppi che hanno votato No alla riforma costituzionale e che hanno spinto gli italiani a dire No a loro volta.
La situazione affrontata dal presidente della Repubblica, infatti, si situa perfettamente nell’alveo della Costituzione vigente ed è parte dalla natura parlamentare del nostro sistema – che neppure la riforma renziana avrebbe mutato – e dunque dalla necessità di muoversi nell’ambito delle norme che prevedono l’accertamento dell’esistenza di una maggioranza e il varo del governo con quest’ultima. Dunque nessuno scandalo, che peraltro sarebbe illogico per un ex-componente della Consulta.
Va da sé che lo stesso Mattarella e poi il premier incaricato Gentiloni hanno sottolineato le esigenze internazionali e interne di stabilizzazione della legge di bilancio, di attuazione delle norme previste e dei vertici internazionali che vedono protagonista l’Italia nei mesi a venire. Situazioni che, connesse con la pronuncia della Corte Costituzionale sull’attuale legge elettorale, pongono degli oggettivi limiti all’azione del Quirinale e danno al governo un respiro maggiore di quanto le opposizioni più nette vorrebbero. Ma siamo, come detto, nell’ambito della Carta.
Nessuno sa dunque quando la legislatura finirà con precisione, ma tra primavera e prima dell’estate il cammino sarà più chiaro.
Quel che invece deve essere chiaro sia al governo che soprattutto a partiti di maggioranza e opposizione, è il carattere “costituente” di questi mesi in tema proprio di legge elettorale. Dopo la pronuncia della Consulta, infatti, e sulla base di quanto i massimi giudici diranno, il Parlamento sarà nella sua piena sovranità per affrontare e dirimere il discorso del sistema di voto con il quale andare alle elezioni anticipate e cercare di dare al Paese una rappresentanza parlamentare più adeguata e coerente con la volontà popolare. O, meglio ancora, far sì che dalle urne il volere del popolo italiano emerga più chiaro, e che le conseguenti scelte politiche e di governo siano ad esso coerenti più di quanto non sia avvenuto sinora. Un compito fondamentale al quale sono tenuti sia il PD quale forza di maggioranza e i suoi alleati, sia le opposizioni nelle loro diverse declinazioni.
Nessuno può sottrarsi a questo dovere di chiarezza, e soprattutto coloro i quali hanno visto (o voluto vedere) nella vittoria del No il rifiuto politico nei confronti di qualcuno o di qualche forza politica: nulla di più erroneo, ma il dovere di chiarezza per loro è – se possibile – ancora maggiore. Stesso discorso riguarda la minoranza del PD, che farebbe bene a non gioire della uscita di Renzi, soprattutto perché non ha ancora chiarito a sé stessa che cosa mai vuole dal partito e dal Paese.
È una pagina attraverso la quale il Parlamento può in parte emendare sia quella irresponsabilità coniugata da Napolitano, sia l’assurdo balletto di questi mesi in attesa del voto referendario. Solo così partiti e parlamentari potranno lasciare alla nazione una situazione coerente che permetta di voltare pagina e di trovare forza e rappresentanza per riavviare il percorso delle riforme. Perché la riforma possibile delle norme costituzionali in direzione di un paese moderno, efficiente e veramente rappresentativo di tutte le sue realtà non è scomparsa come obiettivo, e anzi esce rafforzata dal voto.
Nessuno si illuda di tornare al buon tempo antico. Condizioni internazionali – ma soprattutto condizioni interne – richiedono di procedere subito in questa direzione. Le esigenze e la crisi endemica del Paese non ammettono ritardi e gli italiani, appena sarà possibile andare al voto in modo chiaro, sapranno indicare la strada.
Ma quel che spetta al Parlamento, ora, è di dare risposte chiare, leggibili e coerenti. Il voto di fiducia ci dirà se siamo ancora nel campo dei giochetti senza scopo, delle “baruffe chiozzotte”, dei tranelli e trabocchetti suicidi da parte dei partiti e dei loro rappresentanti, oppure se la lezione del voto referendario è stata recepita.
Qualche atteggiamento sembra andare in direzione contraria: speriamo di veder smentite queste profezie negative. Se mai è possibile dare un limite, quello che abbiamo avanti è forse veramente l’ultimo appuntamento possibile con la storia e con la coerenza tra Carta e democrazia concreta. L’auspicio è che non venga gettato alle ortiche, ma reso un momento fondativo di una nuova convivenza democratica e sociale.

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