Veduta del Parlamento italiano in seduta. Immagine di pubblico dominio.

A fine settimana il voto sulla riforma costituzionale

Si o no: il senso della scelta
di Roberto Mostarda

Una volta, tanto tempo fa, le grandi prove elettorali del paese erano segnate da un momento nel quale, all’approssimarsi del voto, la politica e la propaganda tacevano e lasciavano – per così dire – ai cittadini un momento, ultimo, di riflessione sulla scelta e la decisione da affrontare. Non mancavano le effrazioni a questo principio di legalità e di democrazia, ma sostanzialmente il cittadino avvertiva chiaro l’essere lasciato in pace per potere, in soliloquio con i suoi pensieri, decidere. Era anzi principio fondamentale non consentire ad alcuno di prorogare slogan, interventi, battute, motteggi – oggi si direbbe moral suasion – al di là della ragionevolezza. Va anche ricordato, ma si tratta di casi isolati, il tentativo di interferire addirittura vicino all’urna o nei pressi del seggio, per intercettare gli ultimi indecisi. Si potrebbe dire che, come in amore e in guerra, in campagna elettorale tutto è permesso. O quasi!
Tuttavia quel silenzio, l’arrivo di quel momento di solitaria riflessione, il misurarsi da soli con l’urna, la scheda e il voto, aveva un valore quasi sacrale, la differenza della democrazia rispetto ai regimi autoritari o alle dittature. Un valore in sé, da difendere, tutelare e perpetuare.
Pensare che oggi, dopo decine e decine di appelli elettorali, di elezioni politiche, amministrative, di referendum su ogni possibile oggetto del vivere, sia ancora vivo quel sentimento è certamente utopia o rammarico romantico. E, pure, qualcosa di simile andrebbe ravvivato, soprattutto quando davanti a noi si apre la scelta su un modo nuovo e diverso di concepire le nostre istituzioni, salde nei princìpi fondamentali ma bisognose di essere rese adeguate ai tempi in tutto ciò che concerne la materiale amministrazione, la gestione dell’esistente e la preparazione del terreno futuro per le generazioni che verranno.
Ecco perché giova fare un parallelo tra due eventi – uno certamente storico, l’altro contemporaneo – che potrebbe avere un valore significativo.
Parliamo del referendum costituzionale che nel 1946 sancì per volontà popolare la nascita della repubblica, dopo un voto difficile e combattuto, e che si risolse, pur con una lunga scia di polemiche e sospetti, a favore della repubblica per due milioni di voti. Non era un passaggio semplice, in un paese devastato dalla guerra ed esacerbato da un conflitto interno divenuto per certi versi una guerra civile e mentre molte mire si allungavano sul dopo. La correttezza istituzionale del luogotenente del regno impedì ogni degenerazione riconoscendo la vittoria della forma repubblicana. È curioso peraltro ricordare che la nascita fu resa possibile con la proclamazione del referendum attraverso il combinato disposto – come si dice in giurisprudenza – di due decreti luogotenenziali del regno, il n. 98 e il n. 101, che permisero il voto e il suo risultato. Un dato di storia e di continuità istituzionale se si pensa alla profonda divisione del paese, ma che garantì una trasformazione così radicale.
Oggi il paese affronta un passaggio importante, cruciale, ma che nulla ha a che vedere con quei tempi, con quello che allora era in gioco e con l’esasperazione degli animi usciti dalla dittatura e da una guerra sciagurata. Tuttavia si tratta di un passaggio di grande valore per l’Italia di oggi, un passaggio che può innovare o lasciare come stanno le istituzioni con tutto ciò che oltre cinquant’anni di vita repubblicana hanno dimostrato funzionare o non funzionare. Dunque un momento a suo modo storicamente significativo per il futuro prossimo del paese, per il funzionamento delle istituzioni per la realizzazione completa e funzionale delle norme stabilite nella parte fondamentale della Costituzione. Una prova dunque di democrazia e di capacità di crescita della collettività nazionale.
La libertà di scelta, dunque, resta il valore fondamentale e fondante della nostra convivenza, la pietra angolare del nostro agire come nazione e come collettività. Turbare dunque questo cammino, questo momento, con parole, accuse, sospetti, mezzucci e ogni sorta di bassezze, alla ricerca dell’ultimo da convincere da un lato e dell’utilizzo di tutte le armi per convincere dall’altro quasi si fosse in un mercato rionale (con tutto il rispetto per la legittima e colorita realtà in questione), appare la misura precisa del degrado della politica e dell’incapacità di chi la esercita di svolgere il ruolo che proprio le istituzioni demandano come diritto-dovere: la rappresentanza.
Pensare che accusando e offendendo sino all’ultimo si spostino i voti, che urlando più forte si ottenga più consenso, è – lo è stato anche in passato, ma l’attuale condizione della politica del paese rende tutto più deprecabile – una vera e propria offesa al cittadino, al suo diritto al libero convincimento, alla pacatezza della sua scelta.
Se c’è una cosa che da sempre deve differenziare il sistema democratico da quello che tale non è, è il rispetto per il cittadino, per l’elettore. Un rispetto che deve far trasparire nei gesti e nelle parole l’accettazione di un voto contrario come normale atto di democrazia e non gesto sconsiderato di uno stupido, di un minus habens, o peggio di un connivente con corruzione, malaffare, clientelismo e così via.
Ed è invece questo al quale assistiamo accentuando la conflittualità, personalizzandola e facendo intendere che chi vota da una parte è nel giusto e chi vota dall’altra è nell’errore. Come saggezza insegna, la virtù è sempre nel mezzo, e dunque anche dopo il voto i problemi da affrontare saranno là, quasi di sicuro gli stessi. Certo, provare a cambiare potrebbe essere segno di coraggio e di convinzione delle proprie posizioni, mentre rifiutare il cambiamento potrebbe apparire più frutto di timore e di sfiducia – questo il punto più critico – nella forza stessa del sistema che si vuole mantenere.
Ma, come diceva il saggio, le chiacchiere stanno a zero: è ora di votare! Speriamo che ad esercitare convinti questo atto siano comunque molti, la stragrande maggioranza dei cittadini. Questo darà forza al risultato, qualsiasi esso sia, e toglierà alibi comunque a chi vuole vivacchiare.

Stampa

Italian Media s.r.l. - via del Babuino 107, Roma, c.a.p. 00187, p.IVA 09099241003, edita il settimanale Italiani con registrazione al Tribunale di Roma n. 158/2013 del 25.06.2013 - email: info@italianmedia.eu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.
Questo sito usa i cookie per migliorare la tua esperienza d'uso e usa cookie di terze parti. Proseguendo nella navigazione si presta implicitamente il consenso all’utilizzo di questi strumenti. Si rimanda alla nostra privacy policy per maggiori informazioni e per la possibilità di negare il consenso.