Renzi all’Università Cattolica il 14/11/2016. Fermo immagine del suo intervento

Strategia e tattica, il prima e il dopo di un’occasione a rischio

Voto referendario e “voti” politici
di Roberto Mostarda

Sarebbe interessante, al di là delle partigianerie ottuse o di quelle invece guidate da ben precise costruzioni mentali, provare ad ascoltare che cosa pensano gli italiani di quello che andremo a votare ai primi di dicembre. Esercizio difficile soprattutto perché la dialettica (termine certamente ottimistico) politica, a volte ai limiti della sconcezza, ha rivoltato, travisato, trasmutato e reso irriconoscibile il senso di un appuntamento importante per il possibile futuro del nostro Paese.
Come ben sanno coloro che vogliano con onestà intellettuale fissare per un momento il nocciolo della questione, riuscire a far partire una prima riforma e rafforzarla nel tempo con gli opportuni e necessari aggiustamenti propri di ogni umano agire sarebbe un passaggio di grande valore per tutti (e non una vittoria politica di parte). Altrettanto chiaro è che – dopo quasi 60 anni di tentativi e mezze riforme – se dovesse prevalere un voto negativo, il nostro paese sarebbe votato ad altri decenni di instabilità e confusione, stante l’impossibilità di ritrovare un tessuto comune di natura politica ed istituzionale. Mente sapendo di mentire chi pensa che dopo il voto, vinto dal no, si possa tornare al bel costume delle commissioni parlamentari o ancor più ridicolmente ad un’assemblea costituente! Chiusa la pagina tumultuosa del referendum, placatasi la tempesta, la morta gora alla quale ci hanno condannato da decenni riprenderà il suo corso.
Il nodo inestricabile nel quale però consciamente o inconsciamente ci troviamo è l’evidente assenza di condivisione di un progetto comune per il paese. Fatto di molte e anche non coniugabili posizioni, ma sostenuto tuttavia da una visione comune di lungo periodo. Questo elemento latita e per la prima volta da decenni si avvertono distintamente gli scricchiolii sociali, l’assenza di un comune destino accompagnato da confronti anche passionali ed accesi di idee ma da un rispetto per così dire “costituzionale” dell’altro, dell’avversario o del concorrente.
Basta ascoltare gli interventi dei leader politici di qualsiasi livello e posizione per rendersi conto che tutto questo non c’è. Nessuno guarda con decisione ed onestà al paese e al suo equilibrio futuro. Ognuno si rivolge al suo particulare, per rafforzarne la compattezza certo, ma contro qualcuno non a favore di qualche cosa. E chi cerca di parlare a tutti viene tacciato di voler uniformare la realtà dei cento campanili in perenne lotta tra loro. Una ricchezza si diceva qualche anno fa, una sconsolante miseria se posta a confronto con le questioni internazionali nelle quali il paese è immerso, nelle quali deve esercitare il suo ruolo, almeno il ruolo confacente al suo specifico peso mondiale. Un peso che ritardo dopo ritardo diminuisce mentre ad aumentare sono le difficoltà di tenere il passo con quanto di nuovo accade e per affrontare il quale occorrerebbe un sistema che funzioni a tutti i livelli.
Di qualsiasi posizione referendaria si sia, di qualsiasi orientamento politico, questo dovrebbe essere il faro per guidare le azioni. Quel che abbiamo davanti è uno spettacolo molto diverso.
Il premier e la sua maggioranza non sono riusciti ad imprimere questa spinta sistemica e oscillano ancora sul difficile crinale dell’agire per tenere unito il Pd o svincolarsi da esso per i partiti più piccoli. Ancora, nel partito democratico è in corso una scissione talmente latente ma letale il cui risultato non sarà positivo per nessuna delle parti in causa. Con uno spirito autolesionista incrollabile nonostante la sempre più elevata complessità dei temi da affrontare.
Rimanendo sulla sinistra, quel che rimane di quella antagonista sempre e comunque rappresenta qualcosa di difficile comprensione. Ci sono tanti partiti quanti esponenti riescono ancora ad avere luogo nei salotti o nelle interviste. Il peso politico è minimo ma la chiacchiera è a livello iperuranico. Qui non c’è più traccia di costruzione politica, ma solo vuoto pneumatico fatto di no qui, no là, contro qui, contro là! Con una sterilità complessiva e una spocchia da reduci che meriterebbe un’attenzione sociologica a parte.
In mezzo, la sfinge! O per meglio dire e senza scomodare l’antichissima testimonianza di civiltà antica, lo strano moloch dei cinquestelle! Da qualsiasi parte si cerchi di capire chi sono realmente, cosa vogliano, cosa abbiamo in mente, non si ottiene alcun risultato. Con la ovvia considerazione: o sanno benissimo cosa stanno facendo o non lo sanno per nulla! E la preoccupante sensazione che la verità tragicomica sia nel mezzo! La forza del messaggio, continuamente modificato e plasmato dai guru è fatto apposta per far salire la protesta, senza mai spostarsi sul tavolo concreto delle cose da fare. Ed ora, dopo circonvoluzioni, eclissi, ritorni, buffetti, ramanzine, schiaffoni e calci metaforici, il gran guru riporta tutto là dove era cominciato: nella rete, quel web che doveva essere salvifico e che si ritiene unico depositario di un messaggio che nessuno comunica, però! La scomparsa di Casaleggio che di questa realtà era capace interprete, ancorché visionario, sta facendo sentire il suo peso crescente!
Resta poi da capire che intenzioni vi siano nell’altro agone in fermento: il centrodestra o quel che ne resta in piedi. Anzi, potremmo dire, i centrodestra! Qui, al di là delle parole d’ordine per il no, per la lotta contro Renzi, vi è il vuoto tra gli stessi protagonisti. Il leader della Lega, sull’onda dei populismi europei, britannici o meno, e dopo la vittoria di Trump, pensa sia giunto il momento di agganciare la leadership dell’area e trascinare il centrodestra verso nuovi ed esaltanti lidi di governo ma non si sa di quale paese esattamente e con chi. Il pantano che è ormai Forza Italia, rischia di rimanere informe. Parisi tenta di coagulare la parte liberaldemocratica, moderata, ma è ostacolato dall’interno e dall’esterno! Nessuno sembra esattamente d’accordo con alcun altro e per che cosa! Quindi la tattica si sostituisce alla strategia, mentre resta irriconoscibile – malgrado qualche “comparsata” il ruolo dell’ex cavaliere che appare ormai lontano dalla sua creatura incapace di capirla e di farla vivere, malgrado i suoi corifei che continuano ad indicarlo come il demiurgo dell’area.
Queste le “posizioni” della politica davanti al referendum e ai destini del paese. Un quadro che fa rabbrividire. Resta da vedere se qualche lume verrà dai cittadini che si spera vadano numerosi a votare e sappiano farsi capire!

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