Asti, incontro di Renzi con i sindaci del territorio e le istituzioni locali Immagini messe a disposizione con licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT 08/11/2016

Non si placano le convulsioni interne al Pd, altrove è caos

I frutti avvelenati di una fusione fredda
di Roberto Mostarda

Le settimane che ci separano dal voto del referendum di dicembre stanno mostrando in modo chiaro la fase terminale del travaglio interno al partito democratico che si sostanzia nell’impossibilità di riunire le diverse anime politiche che ne fanno parte. Con il corollario di accuse reciproche sempre più pesanti, incuranti della posta in gioco con il voto referendario, al quale arriva con una spaccatura verticale che nessun tentativo di avvicinamento sembra aver scalfito.
Quello che sta accadendo, però, non è né assurdo né inspiegabile. E’ il frutto avvelenato di quella fusione fredda che all’indomani di tangentopoli portò la vecchia sinistra della Dc e gli eredi del Pci, a tentare di uscire dalla crisi strutturale della politica della prima repubblica tentando di creare un soggetto per così dire socialdemocratico nel nostro paese. Tutto è andato bene sin quando il lungo travaglio dell’area ex comunista si è svolto in una posizione di sostanziale superiorità organizzativa e strutturale. Quando con il distacco di Rifondazione e di altri, la componente più riformista ma non solo del vecchio Pci, si è trovata a dover realmente affrontare l’altro “corno della fiamma antica” – passato attraverso varie fasi, ultima la margherita – un complesso di anime politiche con in posizione prevalente la sinistra sociale della vecchia balena bianca, sono cominciati i problemi.
L’arrivo di Renzi sull’agone, il suo attacco contro la vecchia guardia di tutte le anime presenti nell’ormai Pd, ha innescato per così dire le polveri della disfida finale. Non è semplice definire il premier, ma certamente non è ascrivibile all’ala ex comunista e neppure alla vecchia sinistra dc, ma è certamente espressione reale di quel tentativo politico di dare voce a quel cattolicesimo sociale che albergava sia nella Dc che nel Pci, sempre in posizione minoritaria, e che nell’eclissi delle ideologie ha trovato modo di affrancarsi ed esprimersi compiutamente.
Non è la vittoria di una parte sull’altra, ma un forte riequilibrio. E’ invece percepito dagli ex pidiessini, piddini di estrazione comunista, come un attacco frontale a quell’egemonia che hanno continuato a esercitare nel Pd sin dalla sua nascita.
Tutto questo spiega perché non esiste nessuno spirito di corpo e lealtà a chi dirige il partito, ma una guerra aperta con toni e scopi che neppure il più acerrimo nemico di Renzi si sognerebbe di usare. La ditta che Bersani e i suoi intendono difendere non ha nulla a che vedere con il Pd in senso lato, ma piuttosto è il tentativo ormai conclamato o di riprender il controllo dell’apparato o di rompere ma senza uscire, piuttosto giocare al “che fai mi cacci?” di qualche anno fa. Con l’aggiunta che Bersani sottolinea che nessuno nemmeno l’esercito lo farà uscire dal partito con ciò intendendo però che qualcun altro dovrebbe andarsene. Malgrado l’avvicinamento di Cuperlo e di altri al premier in questa fase referendaria e mentre si sta concretamente modificando l’Italicum, cercando una sintesi costruttiva per tutti, l’ex segretario della ditta sembra orami convinto che non ci sia più nulla da fare! E sta oggettivamente spaccando il Pd portandolo così al voto di dicembre. Una sfida mortale che potrebbe costare non soltanto la sconfitta della linea renziana, ma più in generale il ruolo stesso di un Pd ridotto in questo stato. Una linea che definire suicida è persino prudente.
A far da contraltare a questa commedia tragica, sullo sfondo referendario assistiamo a un vero e proprio caos. Il movimento cinquestelle, malgrado i proclami di Grillo, gli anatemi dei suoi scherani, nell’impatto con l’amministrazione concreta della cosa pubblica sta implodendo e navigando a vista nonostante i sondaggi ancora favorevoli a quello che avrebbe dovuto essere: cioè una forza di rottura del sistema dei partiti. Gli italiani ci credono sempre di meno e la scommessa ormai quasi persa di Roma nel sentire della gente, potrebbe risultare un colpo di maglio micidiale per i destini futuri. Tutto questo mentre si dice no al referendum solo in funzione anti Renzi, si fanno affermazioni sui contenuti costituzionali senza mai aver chiarito quale disegno il movimento abbia in testa, e ancora nelle decisioni amministrative sembra evidente che l’unica azione è non agire. Con la sensazione netta tra gli italiani che ciò sia dovuto al fatto che non si sa cosa realmente fare o da dove cominciare: Una situazione anche questa surreale e tragicomica! Neppure sulle questioni post terremoto nel centro Italia si è assistito a qualcosa di intelligente. Soltanto vigileremo e controlleremo cosa fanno gli altri! Un alibi che potrebbe divenire letale!
Altro fronte di cui non si comprende ancora l’evoluzione, quello del centrodestra. Al di là della componente presente al governo, è quello che succede tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia che rischia di far impazzire i neuroni. Ogni giorno leader e leaderini affermano che si sta ricostruendo l’unità politica dei moderati. Intanto però Salvini continua a pensare di poter fare a meno di Berlusconi e prova a ipotecare i dirigenti azzurri che non accettano la “direzione” di Parisi inviato dell’ex cavaliere. Quest’ultimo appare raramente pur cercando di rafforzare il fronte comune per il no referendario, ma anche qui non per convinzione (chi firmò infatti il patto cosiddetto del Nazareno prima maniera?) ma piuttosto in funzione anti premier e per il mantra “per celia o per non morir”. Come si fa infatti a sostenere il rischio autoritario della riforma e contemporaneamente a spendere parole a favore del presidenzialismo? Il terzo elemento, Fratelli d’Italia flirta apertamente con i leghisti sui fronti caldi come quello dei migranti e naturalmente pensando a un dopo Renzi a dire no alla riforma costituzionale fondamentalmente per partito preso e per necessità di “coalizione”!
Insomma, un caos senza soluzione apparente, nel quale gli italiani stanno cercando da soli di capire che cosa fare tra poche settimane, se votare e come o non votare, sicuri però come si sente dire al bar che “tanto non cambia nulla” comunque! Un dato scoraggiante per tutti!

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