Il referendum costituzionale del 2016 sarà la terza consultazione popolare di questo tipo nella storia della Repubblica Italiana, dopo quelle del 2001 e del 2006, di Niccolò Caranti, Wikipedia

Il vizio italico dei “momenti fatali” e le cose da fare

Se il referendum blocca tutto
di Roberto Mostarda

Molte settimane sono passate e l’estate ci sta lasciando con i primi segnali meteorologici del suo trascorso, alcune settimane ci separano dall’ormai famoso referendum istituzionale che ci attende ai primi di dicembre presumibilmente. E nel nostro paese che cosa accade: apparentemente nulla!
E’ incredibile constatare come quel vuoto di politica che avevamo constatato qualche tempo fa, in un periodo di ferie stranamente silenzioso, sia divenuto una sorta di mantra, al di là di sortite ignobili come l’ultima del leader della Lega sul presidente emerito Ciampi appena scomparso.
Al di là di queste amenità delle quali francamente non si avvertiva il minimo bisogno non c’è nulla di politicamente sensibile o significativo. Una palude incredibile se commisurata ai problemi imperanti, ai nodi cogenti dell’economia e della situazione sociale, del dramma migranti, del dramma che ancora attanaglia la capitale e via dicendo senza fine!
Come mai? Qualcuno potrebbe timidamente domandare. Basta uno sguardo disincantato ma sereno per capire: è il referendum!
Proprio così! L’appuntamento nel quale gli italiani potranno dire la loro sul cammino delle riforme, un semplice e naturale esercizio di democrazia, come insegnano i testi giuridici, è divenuto una sorta di capo horn per tutto il mondo politico. Tutto sembra sospeso. Il confronto nei partiti latita o è sotto traccia, lo scontro tra le forze politiche è duro ma scontato, senza intelligenza. Sui problemi concreti politici e sindacati si misurano, si guatano, ma senza enfasi, senza pathos. Perché, potrebbe dire chi legge? Per il referendum! E’ ovvio ma non dovrebbe esserlo.
In un paese democratico, la dialettica complessiva e soprattutto il governo delle cose non possono essere rallentate, bloccate, minimizzate, perché tra due mesi dovremmo votare per dire sì o no ad una legge di riforma del sistema parlamentare. Dovrebbe essere un appuntamento per il quale si discute, ci si scontra, ci si confronta in modo produttivo, ma non un punto di non ritorno. Si parla di una legge approvata dal Parlamento, promossa dal governo, e ora sottoposta alla volontà popolare. Punto. Non altro che questo!
Ed invece tutto rallenta, tutto si assopisce, il premier può parlare di questioni internazionali e misurarsi con i partners europei; il ministro dell’economia sembra parlare in una bolla di sapone, nessuno sembra ascoltare quello che sottolinea sulla dinamica ancora debole del nostro sistema produttivo, sulle criticità dell’occupazione, sui ritardi della pubblica amministrazione! Tutti sembrano indaffarati e impegnati in altro! In che cosa? Nell’attesa del referendum!
Non si è mai visto un paese comportarsi in modo così poco coerente con la propria tradizione democratica. Le uniche parole che si sentono in giro sono apodittiche sottolineature del “dopo” referendum, un dopo nel quale tutti si aspettano ma temono che il governo si dimetta e si vada ad elezioni. Si sentono solo echi delle “decisioni fatali” – uno sport nel quale la nostra politica ha sempre avuto eccelsi protagonisti – che dovranno seguire il voto degli italiani! Si sente parlare di difesa della democrazia da attacchi autoritari, di rischi di dirigismo innaturali per il nostro sistema parlamentare che tanta prova di sé ha dato in questi decenni di bicameralismo “perfetto”, tanto da condurci nel collo di bottiglia nel quale ci troviamo! Si parla degli avversari politici come di nemici per i quali sembra sempre in arrivo il “redde rationem” nelle piazze e nelle aule parlamentari! Dal vaffa al “mandiamoli a casa”, non sembra esistere altro eloquio e altro dibattito! Uno scenario pietoso nel quale non sembrano accorgersi di essere trascinati anche menti equilibrate che dovrebbero indurre tutti alla riflessione accurata, al confronto serrato ma produttivo, al trovare le soluzioni e non a complicare la situazione!
Spesso si sente dire, il premier ha voluto tirare la corda. Può essere una chiave di analisi certo, a patto di sottolineare allo stesso tempo che la corda dell’azione politica dell’esecutivo ha cominciato ad essere tirata all’indietro da molti settori politici preoccupati che il governo volesse fare sul serio e non come al solito con qualche commissione bicamerale! Dunque sì, il governo ha spinto per accelerare le riforme, ma ha in realtà innestato una marcia in contrasto con quello che il mondo politico, anche quello più vicino al premier, ha messo in atto da subito per rallentare, complicare, impedire. Prima tutti d’accordo sulla necessità ed urgenza delle riforme davanti al presidente Napolitano che accettava il secondo mandato, poi pian piano tutti in retromarcia, con distinguo e critiche su temi che sembravano pacifici! E, invano, anche il presidente Mattarella ha messo l’accento sulla necessità di fare presto e di risolvere in positivo il confronto costituzionale sulle riforme.
Nulla, vox clamans in deserto! Il partito democratico diviso al suo interno come sempre a sinistra tra chi vuole sempre essere più bravo; nel caos (di crescita?) i cinquestelle dei quali peraltro nessuno conosce esattamente l’idea costituzionale ammesso che ne abbiano una; il centrodestra, perduto tra i suoi ruderi ingialliti, mentre il leader storico non riesce a riunire le varie anime in guerra tra di loro per la primogenitura, comprese quelle che dovrebbero veramente tacere in questa fase, si pensi a tutti coloro che hanno prosperato all’ombra del cavaliere senza saper neppure mantenere un voto allo schieramento.
Uno spettacolo desolante che induce a sperare nel voto degli italiani. Un voto si spera che faccia piazza pulita di tutto questo e che induca a cambiare realmente passo a questo paese! Perché una cosa è sicura vinca il oppure il no: l’Italia ha bisogno di un parlamento e di un governo che sappiano decidere rapidamente, spezzare catene secolari, riformare seriamente la cosa pubblica e consentire in modo chiaro ed equilibrato al privato di dare la migliore prova di sé! Il vantaggio sarà per tutti.
Non si illuda dunque chi pensa che si possa tornare al buon tempo antico. Almeno su questo gli italiani hanno già detto più volte come la pensano: non ne possono più!

Stampa

Italian Media s.r.l. - via del Babuino 107, Roma, c.a.p. 00187, p.IVA 09099241003, edita il settimanale Italiani con registrazione al Tribunale di Roma n. 158/2013 del 25.06.2013 - email: info@italianmedia.eu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.
Questo sito usa i cookie per migliorare la tua esperienza d'uso e usa cookie di terze parti. Proseguendo nella navigazione si presta implicitamente il consenso all’utilizzo di questi strumenti. Si rimanda alla nostra privacy policy per maggiori informazioni e per la possibilità di negare il consenso.