Tempesta marina a Pacifica. Foto di Brocken Inaglory - Opera propria, GFDL, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3374884

Riforme, crescita, inchieste: un intreccio pericoloso

Il capo Horn del premier Renzi
di Roberto Mostarda

Due avvenimenti hanno segnato la settimana trascorsa e lasceranno traccia nelle prossime. La prima è l’inchiesta sullo scandalo petroli giunta alla fase finale con i provvedimenti giudiziari; la seconda la scomparsa avvenuta proprio in uscita di questo articolo di Gianroberto Casaleggio, uno dei leader – potremmo dire il leader nascosto ma immanente – del Movimento Cinquestelle.
Siamo dinanzi a due fatti tra loro distanti e diversi che, per molte ragioni, costituiranno un punto di non ritorno!
L’inchiesta in Basilicata sulla corruzione e l’uso di influenze nel settore petrolifero tocca da vicino il governo e lo stesso premier Renzi. Il presidente del Consiglio non entra assolutamente nell’inchiesta ma la vicenda lo ha costretto da subito a segnare una discontinuità sia accogliendo le dimissioni del ministro Guidi, sia ribadendo alcuni punti fermi del suo programma come lo sblocco delle opere pubbliche per favorire la crescita del paese. E questo mentre si accende il confronto sul referendum cosiddetto sulle “trivelle” petrolifere in mare dove, in coerenza con la sua posizione, il premier invita a non votare o quanto meno a votare no! Al di là di convenienze politiche o meno e della comprensibilità e opportunità di un voto sul quale scriveranno i posteri, non vi è dubbio che questa vicenda insieme al cammino delle riforme (in Parlamento con la sesta lettura alla Camera si concluderà l’iter di quella costituzionale che ci porterà al referendum d’autunno) e alle scelte di politica economica per la ripresa, costituiscono una vera e propria svolta, un capo Horn da superare per il governo e la maggioranza.
A dimostrazione di questo vi sono due fattori: da una parte il decisionismo del premier a volte indigesto anche per i suoi, dall’altro l’agitazione e la vera rabbia che emerge dalle reazioni delle opposizioni. Da quella come sempre apodittica dei pentastellati a quella sempre meno chiara ma comprensibilissima del centrodestra nelle sue varie declinazioni. Forza Italia denuncia l’uomo solo al comando (una pantomima senza spessore e costrutto e soprattutto occorre considerare il pulpito da cui proviene tale predica) e contrasta ormai per puntiglio qualsiasi cosa. La Lega di Salvini passa il tempo a lanciare anatemi e minacce che toccano anche il presidente della Repubblica (uno sport quello di frasi come “non mi sento rappresentato da lui”che ricordano l’eco della Padania libera da Roma ladrona e mentre il segretario lumbard cerca di ingraziarsi il sud per divenire leader nazionale. In sostanza la confusione unita al caos). Accanto a questi filoni la condanna continua di Fratelli d’Italia alla ricerca di un ruolo autonomo e libertà d’azione; e il solito copione di Sel e della sinistra del Pd. Il primo fatto di anatemi veterostalinisti cui l’elettorato risponde da sempre consentendo un’affettuosa testimonianza ma nulla di più, la seconda, eternamente incerta sul da farsi con pezzi fuori e pezzi dentro la casa madre o ditta di bersaniana memoria e in cerca di un collante unitario, come si addice alla vecchia sinistra!
Al di là di posizioni di partiti e di convenienze elettorali, è certa una cosa: il capo Horn al quale si avvicina il premier è senza dubbio anche il capo Horn per il paese. Nel senso che il cammino delle riforme, la forza da imprimere per concluderle nell’interesse di tutti sono irrinunciabili gli italiani lo sanno bene. L’alternativa mai come ora è il ritorno alla palude del passato, all’immoto Stige che stava condannando il paese al declino, tra veti, concertazioni già scritte, spartizione di potere e battaglie campali con il nemico di turno da individuare ed abbattere in spregio all’interesse del popolo e delle istituzioni. Dunque qualsiasi scelta gli elettori faranno dovrà tenere presente questa realtà: non esistono scorciatoie. O si va avanti o si ricade malamente all’indietro!
Le ultime ore, dicevamo, ci hanno consegnato la notizia della scomparsa di Gianroberto Casaleggio, uno dei due “guru” (appellativo in questo caso detto con simpatia) dei 5Stelle. Malato da tempo, Casaleggio aveva tuttavia fatto notare una maggior presenza nel dibattito politico nel momento in cui Grillo facendo un passo di lato (o forse un paso doble) aveva lasciato i giovani dirigenti del movimento senza redini. Si potrebbe dire che il misterioso esperto informatico ha rappresentato la vera anima del movimento nato dal web di cui Grillo è stato l’istrionico portabandiera mediatico. Ecco perché la sua morte pone al Movimento, ma anche alla politica nazionale, una scelta storica, un capo Horn superato il quale non si torna indietro. Ora, più di ieri, per i pentastellati si pongono scelte e risposte a ciò che vogliono essere nel futuro, a come “istituzionalizzare” un sentire in qualche modo rivoluzionario dell’agire politico che ha cambiato e continua a cambiare la percezione della politica in Italia. E questo senza correre il rischio mortale di “imborghesirsi” per così dire usando l’epiteto più in voga tra rivoluzionari e internazionalisti d’antan del secolo scorso. Privi della guida, sapranno percorrere la via e compiere i passaggi e le svolte necessarie! Ai posteri l’ardua sentenza, sapendo che al di là del folclore il Movimento è un dato della realtà nazionale con il quale fare i conti nel tramonto del centrodestra tradizionale. Una realtà trasversale che attira consensi da ogni lato del panorama forte della sua sostanziale indistinguibilità ideologica. Ma prima o poi dovrà anch’esso diventare grande!

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