RUSSIA-TURCHIA: il grande gelo
di Diego Grazioli

Lo Zar e il Sultano. Mai come in questi ultimi giorni, le relazioni tra Russia e Turchia sono state sul punto di sfociare in un vero conflitto militare.
L'abbattimento sul confine turco-siriano del Sukhoi SU-24 russo da parte di un F-16 dell'aviazione di Ankara e le conseguenti prese di posizione dei due presidenti, hanno fatto temere che il secolare conflitto tra le due massime potenze transcaucasiche potesse di nuovo esplodere. Un'escalation militare per ora congelata, ma pronta a deflagrare se i due contendenti dovessero continuare a sfidarsi con le parole di fuoco pronunciate negli ultimi discorsi ufficiali. Non bisogna essere esperti di geopolitica per capire che, aldilà dell'abbattimento del caccia di Mosca, la palpabile tensione tra Russia e Ankara è dovuta alla personalità dei leader dei due paesi.Zone di influenza e controllo francese (blu), britannica (rosso) e russa (verde) stabilite dall'accordo Sykes-Picot.
Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan si assomigliano così tanto da impedire l'un l'altro la reale comprensione dell'avversario/collega. Dominus in patria, dove hanno cementato un potere smisurato, demolendo avversari politici e ogni altra forma di dissenso. Maestri nella repressione degli organi d'informazione contrari alla loro linea politica e nostalgici dei rispettivi imperi che in altri secoli hanno dominato la regione.
Russia e Turchia sembrano due entità destinate ad entrare prima o poi in rotta di collisione. Complice il conflitto siriano che rischia di diventare sempre più il teatro per misurare la determinazione e la forza militare delle potenze che da sempre si contendono questa fondamentale terra di confine. Un confine che separa principalmente le due principali correnti della fede islamica: quella sunnita e quella sciita che, dalla caduta del regime iracheno di Saddam Hussein, si stanno confrontando senza esclusione di mezzi.
Le accuse che piovono da più parti contro l'atteggiamento ambiguo che la Turchia avrebbe avuto nella genesi dello stato islamico, dovrebbero tenere conto del ruolo che da secoli Ankara ed Istanbul hanno avuto a sostegno della comunità sunnita. Quest'ultima, numericamente maggioritaria nella regione si trova senza un'entità statale di riferimento, ragione che ha spinto le tribù sunnite a coalizzarsi, con l'aiuto di Turchia ed Arabia Saudita, dando vita al cosiddetto stato islamico. Un progetto che inizialmente ha visto nei governi di Siria ed Iraq, entrambi di matrice sciita, i principali avversari.
Con il passare del tempo però e l'arrivo di migliaia di foreign fighters, molti di questi europei, la missione dei militanti jihadisti si è sempre più focalizzata come una guerra contro l'occidente, generando quegli attacchi che hanno terrorizzato il nostro continente. Una metamorfosi che sta mettendo in grave difficoltà il governo turco, impossibilitato a sganciarsi completamente dalla "sua creatura" e formalmente membro dell'alleanza che la combatte. Equivoci sfruttati abilmente da Putin che sta usando la guerra siriana per riaccreditarsi agli occhi di un occidente da sempre critico della sua gestione del potere.
Una partita lunga e difficile per tutti gli attori in campo, che terminerà con un nuovo assetto regionale, destinato a superare definitivamente il trattato Sykes/Picot, vero responsabile di tutte le tensioni che stiamo respirando in questo periodo.

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