President Hollande: Entretien avec m. David Cameron, premier ministre du Royaume-Uni. Photo © Présidence de la République - L. Blevennec

Terrorismo: una sfida globale
di Diego Grazioli

L'Europa si stringe ad una Francia colpita al cuore dagli attentati del 13 novembre. Mai, come in queste ore, il presidente francese François Hollande ha sentito la solidarietà materiale degli altri partner dell'Unione, a cominciare dalla Gran Bretagna.
Il premier David Cameron ha annunciato la disponibilità del suo paese ad effettuare raid aerei contro le roccaforti dello stato islamico in Siria e non più solo in Iraq. Un passo concreto verso quell'alleanza militare tanto auspicata dalla leadership francese, più che mai intenzionata a debellare definitivamente il califfato, non solo nella regione dell'Anbar, ma anche negli altri territori controllati dagli uomini in nero, a cominciare dalla fascia subsaariana, interessata da attacchi letali delle milizie jihadiste come quello effettuato nella capitale del Mali Bamako che, una settimana fa, ha lasciato sul terreno quasi trenta vittime.
L'Eliseo ha chiesto esplicitamente agli altri leader europei di mettere a disposizione uomini e mezzi in questa regione africana al fine di liberare risorse militari da utilizzare in Siria. Un tema di discussione che sicuramente sarà al centro del Forum "Med, Mediterranean Dialogues", organizzato dal nostro governo che si terrà a Roma il 10 e 11 dicembre. Un evento che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe definire il nuovo ordine mediterraneo, sconquassato dalle rivoluzioni arabe e dall'instaurazione di roccaforti jihadiste che hanno dichiarato guerra all'Europa.
Certa la presenza a Roma del segretario di stato americano John Kerry e del ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, pronti a sancire il definitivo riavvicinamento delle due massime potenze militari del pianeta, dopo anni di tensione dovuta soprattutto alle differenti valutazioni e prese di posizione sulla crisi ucraina.
Proprio il ruolo del Cremlino si sta rivelando indispensabile nello scacchiere geopoliticamente più strategico, quello siriano. Il presidente Putin, sfoggiando una determinazione contagiosa, ha deciso di implementare il suo sforzo contro lo stato islamico. Negli ultimi giorni centinaia di attacchi sono stati effettuati dall'aviazione russa a Raqqa e nelle altre zone controllate dalle milizie del califfato. Il leader del Cremlino ha ordinato inoltre lo schieramento di forze di terra, chiedendo alle proprie divisioni corazzate, dotate di modernissimi tank, di avanzare verso gli uomini in nero.
Una strategia che obbliga soprattutto gli Stati Uniti ad un ripensamento della propria visione mediorientale, a cominciare dalla sorte del presidente siriano Assad. Il passo indietro del leader alauita appare ancora possibile, a patto che sia il popolo siriano a decidere la sorte del proprio presidente con un processo elettorale che coinvolga i cittadini di questo martoriato paese.
Una soluzione che però vede la fortissima opposizione di tutta la filiera dei paesi sunniti, guidati dall'Arabia Saudita. Proprio Riad, il più antico alleato di Washington nella regione, è accusata di aver foraggiato le milizie jihadiste in chiave anti Assad e soprattutto al fine di ridimensionare il crescente potere degli ayatollah di Teheran.
Una partita complicatissima dunque, che avrà bisogno della miglior diplomazia per trovare una soluzione condivisa da tutti. Per questo il vertice di Roma di dicembre assume una valenza di fondamentale importanza non solo per la lotta al terrorismo ma anche per i futuri equilibri di tutto il Medio Oriente.

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