Più di 700 giornalisti assassinati negli ultimi dieci anni
di Thalif Deen

Nazioni Unite, novembre 2015 (IPS) – Lunedì 2 novembre, le Nazioni Unite (ONU) hanno ricordato la “Giornata internazionale per porre fine all'impunità per i crimini contro giornalisti”, occasione in cui il segretario generale Ban Ki-moon si è riferito alla triste realtà di una professione in costante assedio.
Più di 700 giornalisti sono stati uccisi negli ultimi dieci anni, una media di uno ogni cinque giorni, soltanto per diffondere le notizie e informare il pubblico, ha denunciato.
"Molti muoiono nei conflitti a cui danno copertura in modo intrepido. Ma troppi sono stati deliberatamente messi a tacere per aver cercato di riportare la verità", ha detto Ban.
Purtroppo, solo il sette per cento di questi casi sono stati risolti e meno del 10 per cento dei reati sono stati indagati, ha sottolineato.
Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) nota che l'impunità genera più morti ed è spesso un sintomo della esacerbazione dei conflitti e del crollo del sistema del diritto e della giustizia.
Secondo il Comitato, il 94 per cento dei giornalisti uccisi è locale, mentre sono corrispondenti esteri solo il sei per cento. Del totale, il 94 per cento sono uomini.
All'inizio di quest'anno, il direttore generale della Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura, Irina Bokova, ha condannato l'assassinio di 87 giornalisti, lavoratori dei media e produttori di mezzi di comunicazione sociale solo nel 2014.
Akshaya Kumar, vice direttore dell'organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch presso le Nazioni Unite, ha detto all'IPS che troppo spesso i crimini contro i giornalisti non sono registrati dal sistema del foro mondiale, in particolare nelle zone di conflitto armato, come il SudSudan, o in aree in crisi, come ad esempio il Burundi.
Gli osservatori delle Nazioni Unite che si trovano sul territorio, nell'ambito delle missioni di pace o dell'Alto Commissario per i diritti umani possono e devono fare molto di più per aumentare la ricerca e il perseguimento dei responsabili di attacchi contro i giornalisti, ha esortato.
"In caso contrario, quando le forze di sicurezza dello Stato attaccano i giornalisti coraggiosi come Esdras Ndikumana, del Burundi, e Peter Julius Moi, del Sud Sudan, traggono beneficio del clima di impunità", ha avvisato.
L'organizzazione Reporter senza frontiere (RSF) ha deciso di rinominare 12 strade di Parigi in omaggio ai giornalisti uccisi, torturati o scomparsi.
Le strade in questione sono sede di ambasciate dei paesi dove i giornalisti sono stati vittime di crimini che restano impuniti, e in tal modo si cerca di attirare l'attenzione sulla latitanza di questi Stati e di ricordare loro l'obbligo di fare tutto il necessario per portare i responsabili alla giustizia, ha detto l'organizzazione con sede a Parigi, in una dichiarazione rilasciata lo scorso lunedì 2 novembre.
RSF ha aggiunto che ha scelto 12 casi emblematici per evidenziare il fatto che i reati di violenza contro i giornalisti di solito restano impuniti perché le indagini ufficiali sono inadeguate o inesistenti.
RSF ha chiesto al pubblico di sostenere la campagna #FightImpunity e di visitare il suo sito web fightimpunity.org/es/.
La “Giornata internazionale per porre fine all'impunità per i crimini contro i giornalisti” è stata proclamata dai 193 membri dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite al fine di evidenziare l'urgente necessità di proteggere i giornalisti, e per commemorare l'uccisione di due giornalisti francesi in Mali il 2 novembre 2013.
Nel frattempo, CPJ ha denunciato che l'agguato ad un convoglio nel Sud Sudan ed i massacri dei blogger in Bangladesh hanno portato entrambi i paesi ad essere inclusi nell’Indice Globale dell’Impunità dedicato alle organizzazioni ed ai luoghi dove i giornalisti vengono uccisi ed i loro assassini rimangono impuniti.
Secondo il rapporto pubblicato nel mese di ottobre, Eludere gli omicidi, la situazione peggiore è in Somalia, che ha superato l'Iraq per la prima volta da quando la CPJ ha cominciato a compilarne l’indice nel 2008.
Almeno un giornalista è stato ucciso in Somalia ogni anno nell'ultimo decennio, e il governo non è stato in grado o non ha avuto la volontà di indagare.
In Iraq, gli omicidi sono diminuiti dopo la guerra. Più di recente, il gruppo estremista Stato Islamico ha rapito e ucciso almeno due giornalisti, ma la violenza e il controllo stretto dell’informazione nel paese ha impedito che il CPJ potesse documentare con precisione altri casi.
Solo la Colombia ha ricevuto abbastanza condanne per gli omicidi di giornalisti e una diminuzione della violenza dal 2014 per restare fuori dalla lista del CPJ.
“Anche se l'ONU ha invitato gli Stati membri a fare di più per proteggere i giornalisti in situazioni di conflitto armato e per assicurare la giustizia per i crimini contro la stampa, c'è stato poco progresso nella lotta contro l'impunità in tutto il mondo”, ha dichiarato Elisabeth Witchel, autrice del rapporto e consulente CPJ nella Campgna Mondiale contro l'Impunità.
“Più della metà dei paesi nell'indice sono democrazie dove la polizia e le istituzioni giudiziarie funzionano, ma gli assassini sono ancora in libertà. La comunità internazionale deve continuare a fare pressioni su questi governi perché rispettino i loro impegni ", ha aggiunto.
“I casi di impunità presentati sono simboli terribili di passività o inazione deliberata da parte di alcuni governi”, ha dichiarato Christophe Deloire, segretario generale di RSF.
Nel mese di ottobre, RSF si riferì ai casi di giornalisti scomparsi in una lettera al gruppo di lavoro sulle sparizioni forzate o involontarie e al Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria, entrambi delle Nazioni Unite.
Nella lettera inviata ai presidenti di questi due gruppi di lavoro, Ariel Dulitzky e Hong Seong-Phil, rispettivamente, Deloire chiese loro di riaprire l'indagine sui casi e di avviare le relative procedure per quanto riguarda i paesi che violano il diritto internazionale in tale ambito.
I casi citati dalla lettera sono quelli di Maria Aguilar Cansimbe (Messico), che manca dal 2009, Borja Lazaro (Colombia, 2014), Prageeth Ekneligoda (Sri Lanka, 2010), Ahmed Rilwan (Maldive, 2014), Pirouz Davani (Iran, 1998), Sofiane Chourabi e Nadhir Ktari (Libia, 2014), Nazim Babaoglu (Turchia, 1994), “Chief” Ebrima Manneh (Gambia, 2006) e di undici giornalisti dell’Eritrea, scomparsi dal 2001.
Inoltre ha citato cinque giornalisti scomparsi che lavoravano per il canale TV Barqa della Libia - un cameraman egiziano Mohamed Galal, e quattro libici Khaled Al Subhi, Younes Al Mabrouk, Abdussalam Al Maghrebi e Youssef Al Qamoudi, e almeno nove giornalisti provenienti dall'Iraq, tuttora scomparsi fin dal 2014.

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