Bayou La Batre: nave cargo e barche da pesca portate sulla terraferma dalle acque "Katrina Bayou La Batre 2005 boats ashore" di NOAA, agency of US Federal Government

Cambiamenti climatici: la corsa contro il tempo
di Alejandro Nadal - La Jornada, del Messico

Col permesso dell'Autore e dell'Editore pubblichiamo questo articolo, già pubblicato su OtherNews www.other-news.info/noticias/2015/10/cambio-climatico-la-carrera-contra-el-reloj/

C'è la possibilità di evitare una catastrofe nel campo dei cambiamenti climatici. Ma la finestra delle opportunità per raggiungerlo si sta chiudendo rapidamente. La conferenza sui cambiamenti climatici a Parigi, da qui a sei settimane, sarà certamente un punto di svolta in questa corsa contro il tempo.
Per anni l'obiettivo per le emissioni di gas serra (GHG) è stato quello di stabilizzarne la concentrazione atmosferica al livello di 450 parti per milione (ppm). Questo obiettivo richiede il taglio delle emissioni dell’80 per cento entro il 2050, che dovrebbe garantire che la variazione di temperatura globale non superi i 2 gradi Celsius.
Per come stanno le cose oggi, sembra molto difficile raggiungere l'obiettivo di 450 ppm. Per farcela i paesi ricchi del mondo dovrebbero già stare riducendo le proprie emissioni in modo molto chiaro ed entro il 2025, che in realtà è proprio dietro l'angolo, le emissioni di gas serra di tutti i paesi, ricchi e poveri, dovrebbero essere in calo. C'è la possibilità di raggiungere questo obiettivo, ma tale possibilità è a rischio di scomparire.
La ventunesima Conferenza delle Parti della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (UNFCCC) si terrà a Parigi tra sei settimane scarse. Lo strumento di base per i negoziati COP21 è già stato rilasciato (5 ottobre) ed è già segnato da gravi problemi. Si tratta di un documento di 20 pagine dal quale, letteralmente dipende il destino dell'umanità.
Come è noto, nel quadro dei negoziati in vista della COP21 ciascun paese è chiamato a presentare i propri impegni nazionali assunti in modo indipendente (quelli ora conosciuti come INDCs nell’acronimo in inglese). Tali impegni sono la risposta alla seguente domanda: chi determina una riduzione delle emissioni che ogni paese deve applicare? Dal momento che i negoziati sulla riduzione e i limiti di emissione sono stati bloccati per anni (per l'esattezza, da poco prima della COP sei anni fa a Copenaghen), si era pensato che sarebbe stato meglio lasciare assoluta libertà di ogni paese nella fissazione dei propri obiettivi nazionali.
Oggi abbiamo davanti a noi gli impegni nazionali che, in modo volontario sono stati consegnati al segretariato della UNFCCC. Il risultato è davvero scoraggiante. Diversi economisti di fama hanno formulato i propri calcoli: la somma di tutti questi obiettivi nazionali corrispondente a soli 44 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, mentre ciò che serve è un taglio di 55 giga tonnellate nel 2050 per tenerci sulla strada del cambiamento climatico dei 2 gradi Celsius.
Speriamo che, tra oggi e l'apertura del COP21 nella capitale francese diversi paesi modifichino i propri impegni per poter raggiungere tale obiettivo. Ma il documento del negoziato ha un difetto: non contiene un meccanismo per garantire il rispetto da parte di ciascun paese del raggiungimento delle proprie mete individuali determinate in modo autonomo.
In realtà, ci sono poche speranze di stabilizzare la concentrazione di gas a effetto serra a 450 ppm. Per raggiungere questo obiettivo le emissioni di gas a effetto serra non possono superare il livello assoluto compreso tra 800 e mille giga tonnellate di CO2: dal 1880 ne sono già state emesse 535 giga tonnellate. E del rimanente risultano già impegnate circa 250 giga tonnellate a causa degli investimenti già effettuati nell'infrastruttura legata all’industria dei combustibili fossili in tutte le sue forme. Le aziende che hanno fatto tali investimenti li vorranno ammortizzare e, per questo, faranno tutto il possibile per continuare ad operare e ad emettere giga tonnellate di CO2. Questo vuol dire che siamo intrappolati in un sentiero che conduce a uno scenario di sorprese veramente brutte sul cambiamento climatico.
Sul lato del mondo finanziario ci sono, poi, forze che tendono a mantenerci intrappolati su tale percorso. Oggi le 200 industrie legate al settore dei combustibili fossili hanno un valore di mercato di circa 4 miliardi di dollari e una buona parte di tale importo corrisponde al valore delle proprie riserve. Nel caso del raggiungimento di un accordo forte nella COP21, con un chiaro impegno a ridurre le emissioni, il valore di quelle riserve dovrebbe subire un brusco aggiustamento al ribasso, forse fino al 60 per cento. Tuttavia, le connessioni tra l’industria dei combustibili fossili ed il mondo finanziario sono molto forti e questo potrebbe comportare gravi conseguenze. Ad esempio, si stima che i fondi pensione e ed i conti pensionistici individuali negli Stati Uniti posseggano il 47 per cento delle azioni delle società nel settore del petrolio e gas naturale di quel paese. E’ quindi evidente che dal lato del settore finanziario vi sia anche una certa riluttanza a cambiare il profilo energetico dell'economia globale.
Solo la pressione dei popoli di tutti i paesi è in grado di contrastare queste forze. Forse, però, c'è ancora tempo, al di là di ciò che accadrà nella COP21.

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