"Near Beit El - north of Ramallah 10.10.2015 3" by محمد الفلسطيني - Own work. Licensed under CC BY-SA 4.0 via Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Near_Beit_El_-_north_of_Ramallah_10.10.2015_3.jpg#/media/File:Near_Beit_El_-_north_of_Ramallah_10.10.2015_3.jpg

Israele: l'intifada dei coltelli
di Diego Grazioli

Rabbia e frustrazione. Difficile definire, se non in questo modo, le ragioni della rivolta che da tre settimane sta infiammando le città della Cisgiordania e d'Israele.
Sono i giovani palestinesi, ancora una volta, i protagonisti di questa ondata di violenze che ha già lasciato sul terreno otto israeliani ed oltre trenta rivoltosi. Un popolo sfiduciato, attanagliato nella pressa costituita da una parte dal governo di Tel Aviv su posizioni sempre più estremiste e dall'altra da un'Autorità Palestinese incapace di dare un briciolo di speranza ad un popolo oppresso da anni di occupazione.
Le gratificazioni internazionali inseguite da Abu Mazen, culminate con l'assegnazione di un seggio da osservatore presso l'assemblea delle Nazioni Unite, non sono sembrate sufficienti alla popolazione palestinese composta perlopiù da giovanissimi che vedono svanire ogni possibilità di affermare il loro imprescindibile diritto ad una vita dignitosa.
La frustrazione di questa massa di diseredati ha dato il la all'ennesima rivolta che sta insanguinando i vicoli della città vecchia di Gerusalemme, ricaduta in un vortice di tensione, come non si vedeva da anni. Adolescenti pronti a sferrare un fendente al primo israeliano che capiti, spesso coetaneo responsabile solo di professare un'altra religione.
Ricercare le responsabilità di questo clima di violenza è un esercizio che ha bisogno di una visione strategica di medio periodo. Proprio quella che manca alle attuali leadership dei due popoli che si contendono questo ambito fazzoletto di terra. Le colpe però non possono essere divise equamente, perché in ogni diatriba il rapporto di forza tra le parti da sempre aggrava le responsabilità del più forte.
Per questo l'esecutivo di Benjamin Netanyahu porta sulle proprie spalle l'enorme macigno di aver peggiorato le condizioni di vita di milioni di persone. I controlli spasmodici, i muri di divisione, il sostegno alla politica dei coloni, ha reso il confronto tra israeliani e palestinesi, un esercizio privo di un'effettiva possibilità di soluzione. Certo il contesto internazionale non aiuta il premier di Tel Aviv.
L'accordo inseguito e raggiunto dall'amministrazione Obama sul nucleare iraniano ha irritato profondamente l'opinione pubblica israeliana che attribuisce al proprio governo la responsabilità di non essere riuscito a condizionare Washington a riguardo. Proprio per ribaltare questa situazione Netanyahu ha deciso di compensare la propria impotenza in politica estera con un atteggiamento interno particolarmente severo nei confronti dei cittadini palestinesi. Una strategia miope che ha spinto centinaia di persone a reagire con violenza all'occupazione israeliana. Una rivolta dal basso, priva di coordinamento e forse per questo di una portata ancora più preoccupante, perché non minaccia direttamente l'esistenza dello Stato Ebraico, ma mina profondamente la possibilità di una convivenza pacifica.
Per Israele infatti contenere militarmente questa ondata di rabbia è relativamente facile, ma ripristinare la fiducia reciproca tra i due popoli è assai più difficile. Forse in questo momento di buio della ragione, le parole pronunciate dal Santo Padre riguardo la situazione in Terra Santa, rivestono un significato particolarmente importante: "avere il coraggio della pace", infatti, rappresenta l'unica strada percorribile per due nazioni costrette a convivere.

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