"Kurdish-inhabited area by CIA (1992)" di Source stated "The following maps were produced by the U.S. Central Intelligence Agency, unless otherwise indicated." - Perry-Castañeda Library Map Collection at The University of Texas at Austin. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons

Turchia: un paese sull’orlo del baratro
di Diego Grazioli

L'ennesima strage di civili inermi che manifestavano sabato scorso nei pressi della stazione centrale di Ankara, rischia far scivolare la Turchia in uno stato di caos incontrollabile. 128 morti, un numero imprecisato ma altissimo di feriti, vittime di due esplosioni causate da kamikaze, probabilmente legati allo stato islamico, ha acceso in tutto il paese uno sdegno carico di risentimento nei confronti di Recep Erdogan, il presidente turco additato da più parti come il vero responsabile della spirale di violenza in cui si sta avvitando la Turchia.
Da tre mesi a questa parte, da quando cioè sono state indette nuove elezioni politiche previste per il prossimo primo novembre, il paese è percorso da tensioni fortissime che stanno mettendo a dura prova la tenuta democratica della nazione. Nel mirino degli attentatori, ad Ankara ma anche a Suruc nel luglio scorso, dove avevano perso la vita 33 persone, sempre per mano di kamikaze islamisti, ci sono i militanti delle formazioni politiche progressiste che, con indicibile coraggio, continuano la loro battaglia affinché la Turchia non diventi uno stato autoritario con un uomo solo al comando.
In prima linea in questa sfida al potere centrale ci sono i militanti del partito curdo moderato dell'HDP che nelle elezioni tenutesi nel giugno scorso hanno impedito, con la loro ottima affermazione, che l'AKP di Erdogan ottenesse la maggioranza assoluta, condizione indispensabile per modificare la costituzione in senso fortemente presidenzialista.
E' da quel momento che Erdogan ha deciso di giocarsi il tutto per tutto pur di non rinunciare al suo disegno totalitario. Prima indicendo nuove elezioni e poi mettendo a disposizione delle forze NATO jet e basi aeree nel sud del paese con lo scopo di fermare l'avanzata dello stato islamico in Siria ed in Iraq.
Ma la vera svolta di Erdogan si è concretizzata nella durissima offensiva messa in atto contro le formazioni del PKK, il partito curdo dei lavoratori, da sempre spina nel fianco del potere di Ankara, nonostante le trattative di pace che andavano avanti da qualche tempo, anche grazie alla mediazione dell'indiscusso leader Abdullah Ocalan, da oltre un decennio rinchiuso nelle carceri turche. Una situazione esplosiva dunque che sta portando il paese verso la guerra civile, come ha ammonito recentemente anche l'ex premio Nobel per la letteratura, lo scrittore Orhan Pamuk.
Non solo però turchi contro curdi, ma soprattutto turchi moderati contro turchi integralisti, definendo una realtà geopolitica che da sempre divide il paese. Da una parte le grandi città della costa mediterranea, dall'altra l'Anatolia profonda, entità profondamente divise che mai come questa volta potrebbero entrare in collisione.
L'attesa per le elezioni di novembre si sta così caricando sempre più di tensioni che vanno ben aldilà della mera composizione del prossimo parlamento. Uno scenario che potrebbe vedere il ritorno in campo dei militari, il cui potere forse non è più quello degli anni '80, ma che costituiscono ancora una forza imprescindibile in una nazione ideata dal generalissimo Mustafa' Kemal Ataturk, che li ha forgiati a baluardo di uno stato laico moderno, esattamente l'opposto della visione del presidente Erdogan che vorrebbe invece rinverdire i fasti di un califfato controllato da se' medesimo e dai suoi moderni visir.

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