"Abuja National Mosque" by Mark Fischer - https://www.flickr.com/photos/fischerfotos/16565850456/. Licensed under CC BY-SA 2.0 via Commons

Boko Haram sfida Buhari

Nigeria: paese chiave in West Africa
di Giorgio Castore

Le agenzie di stampa hanno battuto, questa volta, la notizia delle 18 vittime delle due esplosioni verificatesi in quartieri periferici di Abuja, a distanza di pochissimi giorni dall’ultima impresa terroristica della setta Boko Haram nella martoriata città di Maiduguri, capitale dello stato di Borno, nordest della Nigeria.
Non risulta ancora una rivendicazione dell’attentato, ma in modo unanime si ritiene che la paternità sia da attribuire alla setta che il Presidente nigeriano Buhari, in carica dallo scorso 29 maggio, si è impegnato ad eliminare.
A differenza del suo predecessore Jonathan Goodluck, accusato in merito quanto meno di negligenza, Buhari ha indicato due strade precise per sconfiggere la setta: da un lato intervenire sulle forze armate, combattendone la corruzione e restituendone loro dignità, funzioni ed i salari dovuti e non corrisposti; dall’altro affrontare ed avviare a soluzione il problema della povertà e della bassissima scolarità delle popolazioni degli stati del nordest su cui imperversa la setta.
Si tratta di misure di medio e lungo periodo che possono avere un impatto positivo ma che, apparentemente non sembrano sufficienti senza un reale controllo del territorio, minacciato dalle tecniche di guerriglia della setta e dai continui mordi e fuggi negli stati vicini, in particolare, Niger, Chad e Cameroun. Inoltre interventi di sostegno economico a popolazioni del nord, nella quasi totalità mussulmane, rischiano di far ripiombare il paese in uno stato di conflitto permanente tra sud, a maggioranza cristiana, e nord a maggioranza mussulmana e questo rischierebbe di indebolire Buhari, mussulmano anche lui, ma presidente regolarmente eletto.
Si tratta di un rischio reale perché la Nigeria non è diversa dagli altri paesi africani i cui confini furono tracciati a tavolino dai paesi colonialisti sulla base dei propri interessi commerciali che non tenevano in alcun conto gli interessi delle popolazioni che risiedevano sul territorio. Anche la Nigeria è abitata da etnie diverse, con lingue, culture e religioni molto differenti, in alcuni casi nomadi. Se non ci preoccupiamo di questo, noi europei, che dobbiamo affrontare l’enorme problema delle migrazioni forzose, rischiamo di disegnare le nostre politiche estere a tavolino, ripetendo gli stessi errori dei nostri padri colonialisti.
Tra i vari stop and go che non risparmiano neanche i leader con più seguito politico, l’Unione Europea discute la possibilità di modificare il trattato di Dublino, in particolare nella parte in cui prevede l’obbligo dei richiedenti asilo di farlo nel Paese di approdo e giungere ad una più equilibrata distribuzione dei migranti.
Sullo sfondo, noi italiani, pensiamo alla Libia, sulle cui coste vi sono i punti di raccolta più privilegiati per i viaggi della speranza dei migranti verso i paesi europei.
Noncuranti dei risultati ottenuti dai bombardamenti anglofrancesi sulla Libia nel 2011, sono in tanti ad auspicare che sia resa operativa una forza militare che blocchi i flussi dei migranti sul territorio africano, come se i cannoni potessero arginarli.
Basti pensare ad un essere umano che, sulle sponde della Libia, imbarca soltanto il proprio figlio ancora bambino, affidandolo alla sorte con la speranza che sopravviva alla traversata e che giunga in Italia. Non dispone di denaro per imbarcare anche altri membri della famiglia e decide ugualmente di imbarcare il proprio bambino (le statistiche non ci danno i numeri dei bambini che sono stati ospitati negli orfanotrofi dove finiscono, nel migliore dei casi). Evidentemente la sua disperazione è tale che preferisce rischiare la vita del proprio bimbo perché convinto che nel Paese in cui vive non possa avere alcun futuro.
Coloro che ignorano volutamente questi fatti come possono pensare che un esercito possa bloccare queste migrazioni?
L’unica speranza che abbiamo è quella di un riequilibrio delle condizioni di vita tra paesi ricchi e paesi poveri che non avviene per miracolo, ma ad iniziativa dei governi e con tempi lunghi.

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