"Putin in Su-27-1" by Kremlin.ru. Licensed under CC BY 3.0 via Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Putin_in_Su-27-1.jpg#/media/File:Putin_in_Su-27-1.jpg

Siria: il gioco della Russia
di Diego Grazioli

La Russia fa sul serio. Dalla scorsa settimana aerei del Cremlino hanno iniziato a bombardare le postazioni dei ribelli anti-Assad nella Siria settentrionale.
Dopo l'infuocato intervento davanti all'assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente russo Putin ha dunque mantenuto la parola data al dittatore di Damasco: le sue truppe faranno l'indispensabile per difendere il regime dall'avanzata dei ribelli islamici.
Molte però le perplessità occidentali sull'effettiva strategia delle truppe di Mosca. Secondo molti commentatori gli aerei russi avrebbero colpito postazioni dei ribelli moderati, risparmiando invece i ben più temibili jihadisti dello stato islamico, anche se, nel marasma siriano, dove ormai il territorio è controllato da svariate formazioni, con cambi di alleanze che si susseguono di giorno in giorno, è assai difficile determinare dove stia effettivamente la ragione.
Quel che è certo è che la svolta dell'intervento russo nel quadrante siriano cambia non di poco gli assetti strategici nella regione. Con rischio calcolato, il Cremlino cerca dunque di smarcarsi dall'isolamento internazionale conseguente all'intervento armato in Crimea ed in generale nella crisi ucraina, diventando attore di primo piano per la risoluzione del problema dell'avanzata dello stato islamico. Una strategia che, nonostante la formale opposizione espressa dal presidente americano Barak Obama, vede gli strateghi del pentagono accarezzare con un certo interesse l'iniziativa russa. La priorità in questo momento del conflitto infatti è fermare, depotenziare e se possibile distruggere le roccaforti dei ribelli islamici, ritenuti da più parti come il pericolo numero uno per la regione mediorientale.
Il problema semmai è il sostegno al regime di Bashar al Assad, macchiatosi in questi anni di guerra civile di crimini non meno efferati di quelli commessi dai combattenti del califfato. Sulla sorte del governo di Damasco si sta forse giocando la partita più complicata della crisi siriana. Da una parte il fronte dei paesi composto da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna che ritiene la permanenza al potere del clan Assad come insostenibile, mentre dall'altra parte Russia, Iran ed anche Iraq che considerano intoccabile l'inquilino di Damasco, pena la caduta della millenaria città nelle mani delle milizie jihadiste con la conseguente carneficina già sperimentata nelle città cadute sotto il controllo delle formazioni islamiste.
Un problema che potrebbe riguardare da vicino soprattutto Israele, che da tempo sta ponderando con attenzione quale sia, tra il califfato ed il regime alauita, il male minore da gestire. Uno scenario estremamente complicato che obbliga Barak Obama, leader della vera superpotenza planetaria, ad un bagno di realismo, anche scendendo a patti con Vladimir Putin, meno potente militarmente ma diventato, con la decisione d'intervenire in Siria, più che mai indispensabile per mettere un freno al terrore dello stato islamico.
Una questione di priorità dunque e non c'è dubbio che in questa fase sia più importante fermare i ribelli jihadisti che scacciare dal suo trono di Damasco Bashar al Assad.

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