Lotta a Boko Haram

Cameroon: istituzioni e popolazioni insieme?
di Giorgio Castore

In ordine di tempo, l’ultimo raid delle milizie di Boko Haram si è consumato domenica 13 settembre, nella città di Kolofata in Cameroon al confine con la Nigeria, a meno di 100 chilometri a sudest di Maiduguri. Bilancio: 9 morti e 24 feriti.
La notizia, però, non è nell’impiego di ragazze che si fanno esplodere come kamikaze in luoghi affollati, come mercati, chiese o moschee, né nella tecnica della guerriglia o dell’incendio, ma nell’appello rivolto alla popolazione da Edgard Alain Mebe Ngo'o, ministro della difesa del Cameroon, dopo l’ennesimo massacro.
La sua richiesta è quella di costituire comitati di vigilanza e di collaborare con le forze armate.
Dal punto di vista bellico, in questo caso, probabilmente, siamo difronte ad una situazione particolare. La bassa quantità di munizioni sequestrate agli assalitori fa ritenere che la setta, almeno in quella regione, stia senza rifornimenti, ipotesi confermata dalle notizie provenienti da altri paesi non lontani, dove gli aggressori hanno razziato capi di bestiame e cibo e dove gli assalti sono stati compiuti con armi bianche.
E, tuttavia, malgrado quella condizione, l’attacco è stato sferrato ugualmente. Si è trattato, evidentemente, della necessità, avvertita dagli islamisti, di rispondere alla visita che soltanto il giorno prima era stata compiuta dal Maggior Generale Iliya Abbah, comandante della forza multinazionale dei 5 paesi (Nigeria, Niger, Benin, Cameroon e Chad) con base a Mora, a pochi chilometri da Kolofata, forte di 2.500 militari. Egli aveva paragonato, in quell’occasione, la setta islamica ad un cavallo morente e, per questo, la setta aveva ritenuto di smentirlo con una azione dimostrativa a Kolofata da leggersi come una sfida.
Resta, quindi, il dubbio sul risultato atteso dal forte richiamo del ministro della difesa camerunense che, con il suo appello, ha involontariamente sottolineato l’assenza, fino ad allora, della collaborazione tra le comunità locali e le truppe che le dovrebbero proteggere.
Eppure una sorta di collaborazione con la comunità locale era già stata avviata dalla stessa ONU, sotto i cui vessilli operano i contingenti dei cinque paesi della forza multinazionale, quando, nelle tre settimane alla fine dello scorso luglio, il Cameroon aveva subito ben cinque attacchi kamikaze.
In quell’occasione l’ONU aveva cercato di comunicare con la popolazione locale, diffondendo una serie di informazioni sulle tecniche usate dagli islamisti in quei tipi di assalti, con lo scopo principale di individuare soggetti sospetti il cui comportamento avrebbe potuto suggerire di essere di fronte a persone con indosso sistemi di esplosivi artigianali.
L’attenzione era stata concentrata su ragazze, tra i 13 ed i 15 anni, socialmente vulnerabili, in cerca di elemosina, mal vestite e, comunque avvolte in abiti che non tradiscono di indossare materiale voluminoso.
Evidentemente non è facile riconquistare la fiducia di una popolazione quando questa si sente non protetta e, in alcuni casi, quando addirittura vede nemiche le istituzioni, addebitando loro la causa principale della propria indigenza.

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