Damasco: la Grande Moschea degli Omayyadi. Particolare. "The Great Mosque, Damascus - Syria, 2004" di DIMSFIKAS di Wikipedia in greco - Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Obiettivo Is: la strada per Damasco
di Diego Grazioli

Conquistata Palmira, per le orde del califfato si apre ora la strada per Damasco. Anzi un'autostrada, visto che il regime di Assad, dieci anni fa, aveva deciso di potenziare il collegamento che dalla capitale conduce alla splendida città, per secoli caravanserraglio obbligato dei commerci tra Occidente e Golfo Persico.
Sarà su questi 240 chilometri di asfalto che si consumerà il disperato tentativo dei lealisti di fermare l'avanzata degli uomini in nero, resi euforici dagli ultimi successi dall'una e dall'altra parte del confine che per un secolo ha diviso la comunità sunnita dell'Anbar.
E' probabilmente questa la vera cifra della partita che si sta giocando nelle terre tra il Tigri e l'Eufrate, un nuovo ordine politico in grado di mettere in discussione le linee di demarcazione tra Stati e uomini decise soprattutto da Francia e Inghilterra dopo la caduta dell'impero ottomano.
Siria, Iraq ma anche Libano e Giordania sono nazioni nate da quella spartizione tra le grandi potenze dell'epoca, definita dal trattato di Sevres del 1920 e poi di quello di Losanna del 1923. Un assetto territoriale deciso senza tener conto della volontà delle popolazioni che per secoli hanno abitato questa regione. Contenitori multietnici e multireligiosi, destinati a partorire regimi spietati che per mezzo secolo hanno represso nel sangue ogni tentativo delle tribù locali di rivendicare coesione e maggiore autonomia. E' forse questa la chiave più logica per spiegare i successi che lo Stato islamico sta facendo registrare nella regione.
Dalla nascita di Maometto, quasi 15 secoli fa, non era mai avvenuto che le due capitali storiche dell'Islam, Damasco e Baghdad, si trovassero sotto il controllo della galassia sciita. Solo la miopia dell'amministrazione americana che, dopo aver abbattuto il regime di Saddam Hussein ha consegnato la città delle mille e una notte alle corrotte amministrazioni filoiraniane di Nuri al Maliki e di Haider al Abadi, privando la comunità sunnita del controllo delle terre nelle quali è stata sempre maggioritaria, ha potuto partorire uno scenario politico così poco rappresentativo. Un assetto del medioriente che ha compattato le tribù sunnite, serbatoio imprescindibile per le armate del califfato che stanno sconvolgendo la regione.
Solo riconoscendo la legittimità storica delle popolazioni sunnite di crearsi una propria entità statuale, si potrà venire a capo della guerra fratricida che sta insanguinando queste terre. E visto che difficilmente Baghdad potrà tornare sotto il controllo sunnita, data la vicinanza con l'Iran e con le città sante sciite di Karbala e Najaf, sarà probabilmente Damasco a dover soccombere all'avanzata di questi autoproclamati guerrieri della sunna.
Per questo la capitale omayyade rischia di diventare lo scenario di quella che si annuncia come la madre di tutte le battaglie, con buona pace dell'Occidente e dei delicati equilibri imposti per quasi un secolo alle comunità della regione.

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