ESA - Ice Sheet Contribution to Sea-Level Rise. Fonte: http://www.esa.int/spaceinvideos/Videos/2014/03/Ice_sheet_contribution_to_sea-level_rise

Migrazioni e cambiamenti climatici

di Valerio Calzolaio (*)
Da qualche decennio assistiamo a due fenomeni paralleli: l’aumento dei “disastri” provocati dall’uomo e l’aumento del numero di persone coinvolte (dovuto alla loro intensità e all’aumento della popolazione, in particolare urbana). I cambiamenti climatici ne sono una rilevante origine.
All’attenzione dell’opinione pubblica si è imposta la più complessiva questione del nesso fra migrazioni e cambiamenti climatici. Gli scienziati osservano un aumento delle emissioni antropiche di anidride carbonica rispetto a un paio di secoli fa e uno squilibrio nel ciclo biogeochimico del carbonio rispetto a circa mezzo secolo fa: è aumentata la concentrazione atmosferica di anidride carbonica, in modo sempre più veloce, prima aumentava poi è diminuita (per il concomitante riscaldamento climatico) la capacità di assorbimento di anidride carbonica da parte degli ecosistemi, aumenta così ancor più velocemente la concentrazione di anidride carbonica atmosferica, si accentua l’effetto serra (anche per l’aumento di altri gas).
Ecco i grandi cambiamenti climatici antropici globali: la temperatura media globale della terra si riscalda, aumenta il numero e l’intensità di fenomeni estremi, cambiano significativamente la distribuzione delle precipitazioni e i fenomeni collegati (alluvioni e siccità innanzitutto), s’innalza il livello medio del mare, si sciolgono ghiacciai. Ecco i grandi effetti dannosi dei cambiamenti, con il rischio di reazioni a catena: più e più intensi disastri naturali, acidificazione degli oceani, desertificazione, diffusione di malattie e indebolimenti di costellazioni geniche, migrazioni di specie e mutamenti genetici negli ecosistemi, migrazioni umane forzate da habitat dove non è più possibile sopravvivere.
L’Ipcc si è occupata di profughi ambientali e climatici in tutti e cinque i rapporti, nessuna norma di nessuna convenzione Onu (nemmeno quelle globali, nemmeno quella climatica) vi fa riferimento, l’Unhcr ha provato a contabilizzarli e assisterli ma deve considerare “refugees” solo i perseguitati politici. Ora, all’interno dei nuovi obiettivi globali in via di definizione da parte dell’Onu, gli SDGs, all’interno del 10°, decimo Goal (“Reduce inequality within and among countries”), per la prima volta si parla di migrazioni: “Facilitare ordinate, sicure, regolari e responsabili migrazione e mobilità delle persone, anche attraverso l’implementazione di politiche migratorie pianificate e ben gestite”. Non sarebbe male che a New York a settembre e a Parigi a dicembre si prevedessero norme e politiche specifiche contro le migrazioni forzate e di aiuto ai rifugiati climatici.
Complessivamente, al 2050 il rischio di divenire rifugiati climatici, anche nello scenario migliore, riguarda almeno 200 milioni di donne e uomini. Per assistere profughi climatici deve esistere la minaccia fondata di un obbligo immediato o prevedibile di emigrare. Le aree a rischio stanno tutte scritte e spiegate nei rapporti Ipcc. La tempistica, la durata e la destinazione dell’emigrazione devono avere allora aspetti concertati e assistiti.
Gli impatti da prendere in esame sono molteplici, non tutti sono globali, non tutti sono univoci, non tutti sono certi. Ci continueranno a essere migranti (anche profughi, cioè forzati a migrare) per ragioni ambientali che non possono oggi essere oggetto di norme internazionali (pur se meritano ovviamente attenzione, cooperazione e aiuto internazionale, assistenza concreta). Concentriamo e sperimentiamo norme generali e astratte di aiuto e assistenza solo verso i rifugiati climatici. Un primo accordo fra singoli governi risale a una decina di anni fa, Tuvalu e Nuova Zelanda, quest’ultima tuttavia ha respinto qualche mese fa la prima richiesta di "rifugiato climatico" avanzata da un cittadino di Kiribati.

Da migrante ambientale a profugo ambientale
All’interno della storia e della geografia delle migrazioni sono emerse innumerevoli variabili di gruppi, di abbandoni, di motivi. Prendendo in considerazione i soggetti che migrano, potremmo chiamare migrante ambientale chi non riesce più a garantirsi sostentamento nella terra d’origine a causa principalmente di fattori ambientali. Per il deterioramento dell’ambiente non per i caratteri dell’ecosistema, per l’impoverimento della comunità non per la povertà originaria, per un impatto sul luogo di residenza non per una localizzazione sbagliata. Tali fattori possono essere distinti per fattore o ecosistema che va in crisi (acqua dolce, aria, suolo, bosco, mare), per cause umane vicine (deforestazione, inquinamento del suolo o di risorse come l’acqua, crescita demografica, infrastrutturazione) e lontane (effetti delle moderne siccità e desertificazione, fenomeni climatici estremi). Oppure per la destinazione scelta, interna (lo stesso stato, dalla campagna alla città, dall’interno al mare), vicina (stati limitrofi più ricchi), lontana (un altro stato, addirittura un altro continente).
I migranti ambientali sarebbero divenuti, diventano, possono divenire profughi ambientali secondo il grado di forzatura all’abbandono (a parte chi vuole e programma di andarsene): chi potrebbe anche restare ma decide comunque di andarsene, chi è obbligato e deve andarsene. La massima forza dell’obbligo consente di utilizzare il concetto di “disastro”: vi sono moltissimi colpiti, morti e feriti, emergenza e aiuto esterno, comunque la residenza delle vittime in quei luoghi è manomessa per un poco o a lungo. Le questioni si spostano sull’intensità e prevedibilità di eventi improvvisi (soprattutto quelli meteorologici estremi) o sulla progressione e inesorabilità di alcuni eventi lenti (erosione, desertificazione, innalzamento del mare), che rendono alla fine obbligatorio l’abbandono delle case e dei luoghi di residenza. La migrazione, la fuga diventano forzate e inevitabili, talora repentine. La storia e la geografia delle migrazioni segnalano: disastri cosmici (eruzioni, terremoti), disastri climatici (inondazioni e siccità innanzitutto, uragani, cicloni, tifoni, tempeste di polveri e di sabbie), disastri insediativi agricoli e industriali diretti (frane, valanghe, inquinamenti) e indiretti (incendi, incidenti).

Ipcc: http://www.ipcc.ch/
Unhcr: http://www.unhcr.org/cgi-bin/texis/vtx/home
SDGs: https://sustainabledevelopment.un.org/index.php?menu=1565


Valerio CalzolaioValerio Calzolaio
(former Italian deputy Minister of Environment, former UNCCD consultant, author of "Ecoprofughi" and other books and essays on climate change and water shortage)
skype: valerio.calzolaio
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