Nigeria: malessere nell’esercito
di Giorgio Castore

La notizia della rioccupazione della città di Marte, Stato di Borno, Nigeria, ad opera delle milizie della setta Boko Haram, avvenuta lo scorso venerdì 15, è emblematica dei problemi che stanno vivendo le popolazioni nigeriane e delle sfide che dovrà affrontare il neoeletto Presidente Muhammadu Buhari, a partire dal 29 maggio, data in cui assumerà le sue funzioni.
L'annuncio da parte del portavoce dell'esercito nigeriano Chris Olukolade sull'invasione di dieci campi della setta nella roccaforte della foresta Sambisa avvenuta domenica 17 non sembra, però nei fatti, sufficiente a presentare all'opinione pubblica un riequilibrio della situazione in cui continua a versare la popolazione delle aree soggette alle incursioni settarie.
La rioccupazione della città di Marte segna il secondo successo consecutivo dei miliziani dopo una serie di sconfitte subite nei territori della Nigeria di confine con Niger, Chad e Cameroon, culminate con una vasta operazione che aveva sostanzialmente già cacciato i miliziani dal territorio delle foreste di Sambisa, luogo ideale di rifugio dei miliziani dopo le scorrerie nei villaggi che venivano saccheggiati e messi a fuoco. L'offensiva che in molte città e villaggi aveva prodotto numerosi successi appoggiata anche da aerei ed elicotteri del Chad era avvenuta principalmente grazie all'intervento della forza multinazionale, costituita da oltre ottomila uomini di Niger, Chad e Cameroon, decisa dall'Unione Africana.
I primi problemi nell'impiego della forza multinazionale sono sorti intorno al divieto di intervento del contingente sul territorio nigeriano, posto a tutela dell'integrità territoriale della Nigeria, che ha sostanzialmente impedito alle truppe della coalizione di inseguire i miliziani entro quei confini. In sostanza al contingente internazionale è stato impedito di sbaragliare i miliziani che ora si trovano a pochi chilometri a nord di Maiduguri, capitale del Borno, ed a pochi chilometri a sud del lago Chad.
L'atteggiamento a dir poco ambiguo dell'esercito nigeriano poteva essere comprensibile ricordando la fama di cui godeva per capacità bellica e preparazione, una forza militare sempre presente in nome dell'ONU in ogni conflitto che aveva richiesto l'impiego di forze multinazionali per interventi di pace. Era ugualmente comprensibile se ci si riferiva a passati conflitti sostenuti dalla Nigeria a tutela della propria integrità territoriale.
Ma tutto questo era riferito ad anni del secolo scorso. La condizione attuale dell'esercito, però è ben diversa.
Attualmente la condizione di malessere che attanaglia l'esercito emerge visibilmente con i primi numerosi ammutinamenti di soldati, risalenti al 2014, con le conseguenti condanne: 66 condannati a morte per fucilazione e decine in attesa di processo.
Non siamo di fronte ad una novità e non si tratta di un semplice malessere, ma di qualcosa che riguarda l'intero esercito, di cui le diserzioni sono soltanto la punta di un iceberg.
Il forte raffreddamento nei rapporti tra gli USA e la Nigeria governata da Jonathan Goodluck, e prima di lui da Umaru Musa Yar'Adua, era dovuto a due questioni spinose, la corruzione ed il mancato rispetto dei diritti umani, due piaghe che avevano sconsigliato gli USA di rispondere positivamente alle richieste di aiuto militare, in particolare sulla fornitura di armi.
Un esercito forte sulla carta di circa 130mila uomini con un budget di 5 miliardi di dollari (8 se si include la spesa complessiva per la sicurezza) ma che in molti casi non paga i suoi soldati o, quanto meno, ritarda molto tempo nel pagarli. Un esercito che, in occasione dei propri interventi, deve fare affidamento esclusivo sui cellulari dei propri ufficiali operativi, perché privo di mezzi adeguati di comunicazione, ma ai primi posti in Africa per incremento delle spese militari, ma privo di idonea formazione. Un esercito che durante un attacco nello stato di Ademawa ad opera dei miliziani ha dovuto abbandonare i carri blindati perché privo di munizioni e di carburante. Un esercito di un paese che possiede anche la tecnologia di produzione dei droni, ma che non li impiega. Un esercito, insomma, da ricostruire.

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