Secretary Kerry, Energy Secretary Moniz Stand With Iranian Foreign Minister Zarif and Vice President of Iran for Atomic Energy Salehi Before Meeting in Switzerland. Foto: Governo USA

In palio la pace o la guerra

USA-ISRAELE: il grande gelo
di Diego Grazioli

Mentre a Montreux, in Svizzera, il segretario di Stato americano John Kerry ed il suo omologo iraniano Mohammed Javad Zarif, si incontravano per mettere a punto gli ultimi aspetti dell'accordo, che dovrebbe consentire a Teheran di produrre energia nucleare per fini pacifici, a Washington, il premier israeliano Netanyahu interveniva al Congresso.
Il terzo discorso, per il leader della destra israeliana, davanti all'assemblea più influente del mondo. Un'accorata perorazione della "sua" visione del medio-oriente, che vede come un pericolo assoluto per la pace nel mondo, proprio la possibile disponibilità nucleare da parte dell'Iran. Un dossier che sta mettendo a dura prova i rapporti ultra confidenziali tra Stati Uniti ed Israele.
Sicuramente più fredde, invece, le relazioni tra le due leadership poIitiche che governano le rispettive nazioni. Barak Obama e Benjamin Netanyahu non si sono mai amati, nonostante i ringraziamenti personali rivolti dal premier israeliano al presidente USA, nell'intervento ai parlamentari americani.
A destabilizzare la liaison c'è sicuramente il tentativo di Barak Obama di sdoganare il governo iraniano, ma soprattutto la visione, forse velleitaria, di dare dignità politica alle formazioni più rappresentative della galassia musulmana, anche se di matrice dogmatica.
L'appoggio alla fratellanza musulmana in Egitto, dopo le prime elezioni libere dopo la caduta di Mubarak, è forse l'esempio più eclatante. Una esperimento fallito, ma che rappresenta la cifra della politica estera americana ai tempi di Obama, da est a ovest.
Restringendo il cerchio alle infuocate sabbie mediorientali, è normale che la dottrina della new appeasement, possa creare qualche preoccupazione all'interno di Israele, soprattutto nelle fazioni più militariste della società.
Obama, dal canto suo, deve vedersela con un congresso, a maggioranza repubblicana, più sensibile alle esigenze di Tel Aviv, come ha dimostrato l'applauso fragoroso deputato a Netanyahu al termine dell'intervento. Una situazione estremamente complessa, che ha nella nascita dello stato islamico tra Siria e Iraq, un fattore destabilizzante per tutta la regione.
La strategia americana di impiegare nella guerra agli uomini di Al-Baghdadi, solo droni e missili a lungo raggio, è destinata a fallire, se l'obiettivo è quello di debellare definitivamente il califfato.
Israele, per ragioni geopolitiche, è particolarmente sensibile alla sorte del regime di Damasco. Se la roccaforte alauita dovesse cadere nelle mani dei miliziani sunniti, lo scontro salirebbe di livello, con conseguenze inimmaginabili.
Mosse e contromosse, in una partita che interseca sensibilità personali con esigenze nazionali, con in palio la pace o la guerra in una delle aree più calde del pianeta. 

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