Contini a Nassiriya. Foto: cortesia

L’intervista a Barbara Contini

Chiavi di lettura di politica estera
di Giorgio Castore

La rapida evoluzione degli avvenimenti sui diversi teatri di guerra mediorientali in particolare ed il coinvolgimento sempre più marcato di cittadini e territori europei descrivono situazioni sempre più difficili da interpretare e da comprendere.
La recente elezione della dottoressa Barbara Contini a presidente della Fondazione Italia USA ci ha fornito lo spunto per rivolgerle alcune domande con l’intento di aiutarci a comprendere il momento che viviamo, sulla base della sua esperienza internazionale.

Italiani. Diviene sempre più difficile comprendere ciò che accade in politica estera, malgrado la sovrabbondanza delle informazioni. Quale potrebbe essere una chiave di lettura degli avvenimenti in Medio Oriente dalla prima guerra del Golfo ad oggi?
Contini. Dobbiamo fare molta attenzione ad una regione di alta instabilità che sostanzialmente va dal Marocco attraversa gli stati del Maghreb passa per il medio oriente e arriva a lambire il centro Asia.
La primavera araba ha determinato nell’area del mediterraneo una costante emergenza umanitaria i cui potenziali ancora sono da immaginare.
L’auto proclamato stato islamico è una conseguenza o comunque un fenomeno che si è potuto concretizzare principalmente grazie a due portanti, la progressiva e continuata instabilità d’area medio orientale che ha creato, partendo dalla guerra in Bosnia alle guerre in Iraq e in Afghanistan, passando dalle crisi mediorientali alla questione Israelo-Palestinese e degli altri paesi della penisola arabica, un esercito o più eserciti di combattenti professionisti, che si spostano agevolmente sul territorio e prestano la loro opera nei diversi momenti in diverse aree di crisi.Contini a Nassiriya: un articolo dell’epoca. Foto: cortesia
A questi eserciti di professionisti della guerra si sono uniti molti delusi dalla primavera araba. L’auto proclamato stato islamico rappresenta per tutti questi combattenti vecchi e nuovi, un polo di attrazione fortissimo, una concretizzazione di un sogno e di una rivalsa, la creazione di un califfato, in questo contesto la migrazione di alcuni combattenti dai paesi europei o altri paesi occidentali quali USA e Australia non può che essere considerato fisiologico, visto anche la ormai grande presenza di musulmani in questi paesi, che siano di prima o seconda generazione o di prima adozione dell’islam come i convertiti occidentali, non ha importanza significativa, è un fenomeno con cui bisogna fare i conti.
Il fenomeno di rivalsa dell’Islam nei confronti dell’occidente è frazionato fra la grande maggioranza di Islamici che vorrebbe vivere in pace anche tanto nei loro paesi d’origine quanto nei paesi occidentali che li ospitano, e una piccola ma crescente minoranza di Islamici che si accostano ad un approccio più intransigente che vede nella sua espressione più estremista l’attacco all’occidente quale asse portante della religione.
Purtroppo non si può negare che l’Islam sia estraneo agli avvenimenti che stanno sconvolgendo il mondo ormai da anni, gli attacchi di Parigi non sono neanche l’ultimo atto, di una ormai consolidata politica di aggressione nei confronti dei paesi occidentali e delle popolazioni cristiane nel mondo, vedi fenomeni quali Boco Haram in Nigeria le cui vittime innocenti si contano a migliaia.
Da registrare, in questi giorni, la rincorsa dei media occidentali soprattutto attraverso la televisione, a dare voce a singoli cittadini islamici, fermati per strada, cui viene chiesto di esprimersi sugli attacchi di Parigi, ovviamente si assiste ad una sconfessione degli atti di terrorismo quali contrari all’Islam stesso. Risposte ovvie e involontariamente forvianti della realtà, una analisi statistica falsata, provata anche parzialmente, da alcuni fatti, quali ad esempio il mancato rispetto del minuto di silenzio per onorare le vittime degli attacchi non osservato da alcune scuole della periferia di Parigi.
Esplicita espressione di odio e risentimento nei confronti dell’occidente elevato a potenza dalla sua attuazione nelle scuole, l’insegnamento per seminare perpetrare odio, con la speranza e la convinzione che nel tempo darà i suoi frutti.
Solo pochi giorni fa’ forse sfuggita al filtro buonista dei media dopo gli arresti di Bruxelles nel consueto giro di interviste ai musulmani del quartiere dei terroristi arrestati, una giovane ragazza coperta da un velo con un mezzo sorriso si è fatta scappare le parole : “…è cominciata…” un gesto spontaneo quasi una distrazione o l’irrefrenabile desiderio di esprimere il proprio pensiero con la sincerità e l’orgoglio dei giovani della sua età.
Ecco, più che una chiave di lettura servono soluzioni o comunque piani per il futuro, occorre sicuramente osservare il fenomeno con attenzione e affrontarlo con misure adeguate in un quadro strategico di medio lungo termine.

Apparentemente il potere sembra non più concentrato nelle grandi potenze (USA ed Russia in particolare), bensì più distribuito tra un numero sempre maggiore di attori. Ne conviene?
Certamente, soprattutto per quanto riguarda i fatti e gli avvenimenti delle primavere arabe nate di fronte a casa nostra, dai grandi movimenti popolari e dal popolo stanco di regimi corrotti oppressivi, dalla domanda di libertà, dalla domanda di migliori condizioni di vita, per non dire dalla diffusa e dilagante povertà ed emarginazione in cui milioni di persone era costrette a vivere da decenni.
Non si possono attribuire a ragioni storiche e ai paesi occidentali o ex colonialisti europei le cause principali e portanti della cosiddetta primavera araba, un nome che oggi è molto lontano dal significato che forse troppo frettolosamente avevamo attribuito alle rivolte che si sono diffuse rapidamente in gran parte del mondo arabo. Ma certo sono Paesi che hanno a che vedere storicamente con noi, non con gli Stati Uniti o con la Russia.Contini a Nassiriya: visita Principe Carlo. Foto: cortesia
Per la maggior parte dei casi non vi è stato un cambio di potere in chiave democratica ma si è assistito al repentino peggioramento delle condizioni di stabilità e di sicurezza fino alla quasi totale paralisi dello sperato processo di democratizzazione.
I paesi europei, però non per questo, devono ricercare necessariamente le loro responsabilità in un processo che si è svolto totalmente all’interno della società araba dei paesi interessati.
I paesi occidentali dovrebbero invece chiedersi cosa fare per affrontare questa grande crisi internazionale, non cosa fare domani, ma cosa fare nei prossimi 20 anni, una strategia studiata e concordata.

Uomini, armamenti, intelligence, fonti di energia, alleanze, oggi devono fare posto nella graduatoria degli strumenti del potere alla comunicazione che si candida ad occuparne il primo posto. E’ d’accordo?
La comunicazione è una arte che può avere più o meno importanza a seconda dei casi: essa segue dinamiche proprie che possiamo considerare simili alle leggi di mercato che legano domanda e offerta.
Essa è poi condizionata da una serie di fattori variabili che ne variano l’impostazione e spesso ne condizionano la correttezza se non la stessa affidabilità come fonte di informazione.
Nel senso pratico delle cose ritengo che le condizioni effettive della realtà delle cose siano ancora la portante degli strumenti delle cose di cui la comunicazione e il suo eventuale controllo diretto o indiretto fa sicuramente parte ma non può essere considerata in una graduatoria, come del resto le altre voci citate.

Il mercato ha sempre condizionato, se non determinato le crisi e non solo nell’epoca coloniale. Secondo la stampa specializzata l’Arabia Saudita è l’unico produttore di greggio capace di sostenere per lungo periodo l’attuale quotazione del petrolio. C’è chi legge questa situazione come una “punizione” della politica USA in medio oriente e la collega all’avvicendamento del Re. Quale è il suo punto di vista?
La realtà delle cose qui dimostra la sua importanza, gli Stati Uniti probabilmente perseguono una piano di politica energetica di un certo respiro per il futuro: il crollo del prezzo del greggio può essere determinato anche da fattori di mercato svincolati dalla diminuzione della domanda sul mercato nordamericano e su quello USA in particolare.
E’ difficile collegare l’andamento del mercato del greggio, ad una singolarità quale la politica usa in medio oriente. Ricordiamo che la domanda di greggio è sostenuta dalla crescita di paesi quali Cina e India. Credo che sia una questione di mercato più che politica, almeno per il momento. 

Il nostro premier ha candidato l’Italia ad un ruolo di sorvegliante della situazione libica, forse memore dell’ultimo intervento aereo francese, effettuato apparentemente senza il consenso degli alleati o, almeno, del nostro. Cosa pensa al riguardo?
La vicenda libica non è mai stata condotta in maniera effettiva, ed ha dato vita ad una miriade di fronti di cui non sempre si riesce ad individuare gli interlocutori.
Al momento in Libia comanda chi ha maggiore presenza militare sul campo, l’imposizione è unicamente violenta, non esiste legge o autorità se non quella costituita da fazioni armate.
La Libia o parte della Libia ha tutte le carte in regola per divenire parte del neonascente Califfato, l’ipotesi di un intervento dell’ONU, in cui noi Italiani siamo pronti a fare la nostra parte, sembra improbabile, presupponendo che prima di intervenire bisognerebbe decidere cosa fare, e per quanto riguarda la Libia mi sembra che nessuno stia cercando soluzioni di scala, semmai si perseguono obiettivi parziali contrattati di volta in volta con le realtà in auge sul territorio.

La politica estera europea appare confinata ad essere “portavoce” dei potenti della UE, che, non fidandosi, non delegano la propria politica estera alla UE, ma la conducono direttamente. L’unica politica estera europea sembra essere quella del controllo delle frontiere. Pensa che c’è spazio politico per questo?
L’Europa non ha una politica estera unica, ma semmai una politica comunitaria che per propria natura e limiti fatica ad esprimersi al di là del concetto economico, una politica sul piano della difesa e degli interventi mi sembra ancora poco probabile.
Certo, se mai si comincia almeno a sperimentare un soggetto europeo di difesa sarà sempre difficile poterlo immaginare operativo, sicuramente i vantaggi sulla spesa per la difesa e la sicurezza sarebbero concreti come sarebbe sicuramente un vantaggio per le industrie europee della difesa.
Ma il problema non è tanto la potenza e la grandezza di uno strumento di difesa comune, quanto la sua effettiva capacità di espressione della volontà politica dell’Europa.

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