Estonia, Europa:

Le opinioni non sono tutte uguali

"Persona non gradita, si richiede la sua espulsione dal paese". Non è successo in qualche Stato dittatoriale dell'America Latina di trent'anni fa, ma domenica scorsa in Estonia, paese aderente a pieno titolo alla famiglia dell'Unione Europea a 28.
La vicenda che ha visto protagonista Giulietto Chiesa, già giornalista de La Stampa e dell'Unita', e poi europarlamentare nelle fila del partito dei comunisti italiani, ha un sapore che ci riporta alla stagione della peggiore guerra fredda.
Il giornalista italiano, invitato ad un seminario dedicato ai rapporti tra Russia ed Europa, regolarmente autorizzato dalle autorità locali, e stato prima fermato e poi portato nei locali adibiti a prigione dalla polizia di Tallinn, dove solo dopo l'intervento personale dell'ambasciatore italiano è stato rilasciato.
Una vicenda che ha sdegnato profondamente l'opinione pubblica del nostro paese e dell'esecutivo di Roma, ma che ha fatto gridare allo scandalo anche alla diplomazia di Bruxelles. La lettura che nei corridoi maggiormente informati si fa dell'accaduto, è che le autorità estoni si siano in qualche modo volute vendicare delle prese di posizione in favore della Russia, esplicitate da Giulietto Chiesa nei suoi articoli e nel suo lavoro presso la Fondazione Gorbaciov.
Un atteggiamento ingiustificabile, perché se l'Unione Europea si fonda sulla libertà d'espressione e sul rispetto dei diritti della persona, la possibilità di un giornalista e di chiunque altro, di esprimere le proprie opinioni, è un valore ineludibile, a maggior ragione se all'interno dei propri confini. Soprattutto quando si accusa la Russia di interferire negli affari interni di altri paesi e di reprimere con durezza le opposizioni interne, non consentendo alle voci del dissenso di far sentire le proprie ragioni.
Se dunque lo spartiacque tra mondo libero e mondo parzialmente oppresso è la cifra voluta dagli Stati Uniti per il nuovo ordine mondiale, la vicissitudine di Chiesa ci obbliga ad uno sforzo ulteriore per definire in maniera meno ipocrita questo confine.

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