Il leader egiziano porta il suo paese alla ribalta

Egitto: la vittoria di Al-Sisi
di Diego Grazioli

In una Sharm-el-Sheikh blindata da imponenti misure di sicurezza, si è svolto lo scorso weekend lo storico vertice tra Lega Araba ed Unione Europea. Un summit che ha rilanciato la centralità del Mediterraneo sulla scena planetaria, in un momento storico contraddistinto da sfide epocali: dalla lotta al terrorismo, alla gestione dei flussi migratori, senza dimenticare il rilancio economico degli interscambi commerciali nella regione.

Ad accogliere i 22 Capi di Stato della Lega Araba ed i più alti rappresentanti dell’Unione, capeggiati dal Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, il leader egiziano Abdel Fattah al-Sisi che, con questo vertice, ha definitivamente riportato il suo paese al centro della ribalta internazionale, dopo i difficilissimi anni di transizione seguiti dall’avvento delle cosiddette “primavere arabe”.

Particolarmente simbolica la presenza nella località balneare sul Mar Rosso di Re Salman, l’anziano monarca saudita che, con una delle sue ormai rarissime apparizioni all’estero, ha voluto così cementare la strategica alleanza tra Riyad ed Il Cairo, in un’ottica di contenimento dell’asse turco-iraniano instauratosi sui campi di battaglia della guerra civile siriana.

Proprio la situazione in Siria è stata al centro di numerose sessioni del summit, dalle quali è emersa la necessità di azzerare definitivamente la presenza dello Stato Islamico nel paese, condizione indispensabile per arrivare ad una pace duratura in tutto il Medio-Oriente, soprattutto dopo il disimpegno militare americano e la crescente influenza di Teheran sul regime di Damasco. Altro argomento che ha tenuto banco nei colloqui tra i leader, è stata la stabilizzazione della situazione in Libia, con un ruolo di primo piano conferito “de facto”, al generale Khalifa Haftar l’uomo forte della Cirenaica, emerso come il solo in grado di pacificare il paese con l’indispensabile aiuto militare egiziano.

Il generale dovrebbe avere il compito di gestire i flussi dei migranti che dalla Libia partono alla volta dell’Europa, quest’ultima disponibile ad erogare un fondo miliardario sul modello già sperimentato con la Turchia di Erdogan che, grazie a copiosi finanziamenti ha chiuso la rotta balcanica, porta d’accesso orientale per migliaia di migranti diretti verso il Vecchio Continente.

Una sconfitta dunque per il Premier del governo di unità nazionale libico Fayez al Serraj, la cui autorità a Tripoli è sempre più minata da lotte intestine per il controllo della parte occidentale del paese. Molto più defilata invece è la questione del rispetto dei diritti umani in Egitto e negli altri paesi che si affacciano sulla sponda sud del Mediterraneo. Solo il Premier italiano Giuseppe Conte, in un incontro bilaterale con il Presidente Al-Sisi, è tornato a chiedere maggiore collaborazione per la ricerca dei responsabili della sparizione e della morte tra atroci torture di Giulio Regeni, il nostro ricercatore assassinato in Egitto nel 2016, sulla cui vicenda Il Cairo, è accusato dagli investigatori italiani, di aver insabbiato le indagini.

Tutto nel nome di una Realpolitik che ha messo al primo posto i rapporti d’affari tra i due paesi, con buona pace degli auspici della famiglia Regeni che da tre anni chiede giustizia per la sorte del proprio familiare e per coloro che, per aver indagato sulla vicenda, sono finiti senza un capo d’imputazione plausibile nelle prigioni egiziane.

 

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