Manifestazione in Venezuela (fonte foto Pixabay)

Una situazione paradossale

Venezuela: una crisi senza ritorno
di Diego Grazioli

In Venezuela il caos regna sovrano. Da quel fatidico 5 gennaio, quando il leader dell’Assemblea Nazionale Juan Guaido’ si è autoproclamato Presidente ad interim del paese, nella patria di Simon Bolivar è in atto uno scontro senza esclusione di colpi tra le due fazioni che si contendono la guida della Nazione. Una vera e propria battaglia, che si sta consumando nelle piazze delle principali città del paese, nelle sedi istituzionali e soprattutto nelle caserme dei militari.

Saranno quest’ultimi infatti che, con tutta probabilità, decideranno le sorti della contesa, come tristemente ci insegna la storia delle fragili democrazie dell’America Latina. Finora lo Stato Maggiore dell’esercito ha dimostrato la propria fedeltà al Presidente Nicolas Maduro, come attesta la presa di posizione del Ministro della Difesa  Vladimir Padrino, apparso in televisione nei primi giorni della rivolta insieme ad altri generali, per affermare che la destituzione di Maduro equivarrebbe di fatto ad un Colpo di Stato.

Una posizione che però nelle ultime ore sembra vacillare, come dimostra l’endorsement in favore di Guaido’ del rappresentante militare del Governo venezuelano negli Stati Uniti, il colonnello Jose’ Luis Silva. Un intrigo istituzionale che sta mettendo alla prova le principali magistrature del paese. Secondo la Costituzione venezuelana infatti, nel caso in cui il Presidente eletto non adempia ai principali compiti del suo ufficio, decadrebbe dall’incarico ed il suo posto verrebbe preso dal leader dell’Assemblea Nazionale che avrebbe 30 giorni per indire nuove elezioni.

Un ritorno alle urne auspicato da Stati Uniti ed Unione Europea, pronti a ritirare le proprie rappresentanze diplomatiche a Caracas se il regime decidesse di usare le maniere forti per sedare la rivolta. Una presa di posizione che contrasta con l’appoggio incondizionato fatto arrivare a Maduro da Russia, Cina e da altri paesi impregnati in una visione totalitaria della politica e del concetto di rappresentanza. Non a caso lo scorso weekend si è consumato un vero e proprio scontro presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite tra i due raggruppamenti, che hanno trovato un compromesso solo sul comune auspicio di evitare le violenze di piazza che, dall’inizio della crisi, hanno portato alla morte di oltre 30 persone.

Aldilà del caos politico e delle continue manifestazioni, rimane indelebile la crisi che da anni interessa l’economia venezuelana: con un PIL che, dall’insediamento di Maduro, ha perso la metà del suo valore, la cronica mancanza di generi di prima necessità, il collasso dell’assistenza sanitaria, una criminalità sempre più dilagante e la conseguente fuga di milioni di cittadini all’estero.

Una situazione paradossale, visto che il Venezuela potenzialmente potrebbe essere una delle nazioni più ricche del pianeta, in virtù dei suoi sterminati giacimenti petroliferi, secondi solo a quelli dell’Arabia Saudita e che, se gestiti con maggiore oculatezza, potrebbero garantire alla popolazione condizioni di vita più che dignitose.

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