Barcone con migranti (Segon Premi en la Categoria General Notícies al World Press Photo. MASSIMO SESTINI/REUTERS)

Nuove strategie adottate dai clan libici per controllare le coste

Libia: la strage dei migranti
di Diego Grazioli
Mentre si fa sempre più aspro il confronto tra Italia e Francia sulle responsabilità per la nuova impennata di partenze dall’Africa verso l’Europa, un altro barcone con a bordo più di 100 migranti è stato ricondotto in Libia dopo aver segnalato un’avaria a bordo. Una tragedia evitata solo per la prontezza della nostra Guardia Costiera, che ha allertato le autorità libiche che hanno aperto il porto di Misurata, dopo che un cargo che si trovava in prossimità dell’imbarcazione in difficoltà aveva imbarcato i profughi prelevandoli tra i flutti.
 
Il salvataggio ha fatto seguito alla strage costata la vita a 120 persone, annegate il 18 gennaio scorso al largo di Tripoli. Una vicenda sulla quale stanno indagando le procure di Roma ed Agrigento che mirano ad individuare gli organizzatori del traffico. La tragedia ha fatto indignare molti italiani ed il Pontefice, che ha dedicato all’ignavia di molti governi il suo sermone domenicale, scatenando un rimbalzo di responsabilità tra vari paesi europei e le autorità libiche.
 
Nel mirino è finito il sistema Alarm Phone, finanziato con oltre 100 milioni di euro da Bruxelles e che avrebbe dovuto costituire una sorta di linea rossa per segnalare eventuali emergenze delle imbarcazioni che tentano la traversata. Peccato però che, secondo i responsabili del servizio, volutamente, le autorità libiche,  non avrebbero risposto alle chiamate, lasciando di fatto affondare il natante. Secondo il Viminale infatti, il mancato soccorso non sarebbe avvenuto per caso, ma farebbe parte di una strategia adottata dai vari clan libici che controllano la costa, per alzare la posta degli aiuti che arrivano dall’Europa.
 
La frammentata situazione politica dell’ex colonia italiana, avrebbe trovato una sintesi sulla pelle dei migranti, usati come arma di pressione per ricordare al nostro paese l’impegno preso nel 2008 dal governo Berlusconi con Gheddafi, d’investire 5 miliardi di euro in opere infrastrutturali in Libia. Soldi che difficilmente verrebbero usati per finanziare eventuali progetti, ma che invece andrebbero a foraggiare le milizie che dal 2011 si combattono senza esclusione di colpi per il controllo del territorio. Un ricatto dunque, a cui il nostro paese non è disposto a sottostare, come dimostra la volontà ribadita dal Ministro dell’Interno Salvini di aiutare i disperati che fuggono dai propri paesi a casa loro.
 
Nonostante il moltiplicarsi delle tragedie che avvengono in mare, la linea del leader della Lega non cambia: “meno persone partono e meno sarebbero le vittime”. Una posizione a cui hanno fatto eco le parole del tandem 5stelle Di Maio-Di Battista, che hanno accusato l’Eliseo di sfruttare l’Afica con una sorta di neocolonialismo, che lascerebbe le briciole ai popoli dei paesi dell’area francofona, spingendo così migliaia di persone a partire. Una polemica destinata a diventare incandescente in vista delle prossime elezioni europee in programma in primavera e che ha un fondo di verità, se si pensa alla decisione dell’ex Presidente Sarkozy di defenestrare Gheddafi, ma che non risolve l’emergenza profughi, che continua ad aggravarsi, nonostante le gelide acque e i forti venti sconsiglino qualunque genere di traversata del Mediterraneo in questa stagione.
 
 
 
 
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