Cartina geografica (fonte foto Pixabay)

Una situazione complessa

Siria: il grande gioco
di Diego Grazioli

La decisione del Presidente Donald Trump di ritirare il contingente americano dal nord-ovest della Siria, rischia d’ingarbugliare ancor di più la situazione del paese mediorientale. Lo scorso weekend una colonna di mezzi corazzati a stelle e strisce composta da duemila uomini, ha attraversato il valico di Fishkhabur sul fiume Tigri, per recarsi verso il Kurdistan  iracheno, mentre una nave della Marina fornita di elicotteri d’assalto, è entrata nelle acque territoriali siriane per coprire eventuali contrattempi dell’operazione.

Una situazione complessa, che ha lasciato strascichi nei piani alti di Washington, come dimostrano le dimissioni presentate dal Segretario alla Difesa Jim Mattis, convinto che in Siria “ci sia ancora del lavoro da fare”: sia per reprimere le ultime sacche di resistenza dello Stato Islamico, che conterebbe ancora su 5mila miliziani, sia per non lasciare il paese nelle mani di Turchia, Russia ed Iran.

Il generale ha  anche parlato anche della necessità di mantenere la parola data ai combattimenti curdi, i veri responsabili della decimazione delle forze islamiste. Nei piani strategici del Dipartimento di Stato americano, la priorità in questa fase geopolitica, è stata però data al tentativo di ricucire i rapporti con Ankara, dopo il raffreddamento delle relazioni tra i due paesi, in seguito al fallito golpe del 2016 ai danni del Presidente Erdogan e alle purghe che hanno portato in prigione decine di migliaia di cittadini turchi, non allineati alle posizioni del Sultano.

La questione curda continua a far discutere i più importanti collaboratori di Trump, a cominciare dal consigliere nazionale per la sicurezza nazionale John Bolton, che ha invitato il proprio Presidente a non sottovalutare i propositi di Ankara d’invadere il nord della Siria per reprimere le Unità di protezione del popolo curdo note come YPG. Per questo motivo il Presidente americano, con un tweet al veleno, ha ammonito che se la Turchia dovesse attaccare aldilà del confine, andrebbe incontro ad una catastrofe economica e a delle conseguenze di natura militare.

Una partita a scacchi che ha spinto il Segretario di Stato Mike Pompeo a recarsi prima in Egitto e poi in Arabia Saudita per placare le ire di Riyad, fortemente contraria ad un ritiro delle truppe statunitensi dal nord della Siria. La preoccupazione della Monarchia del Golfo è che l’abbandono dal teatro dei combattimenti dei militari USA, lasci il paese nella mano di Russia, Turchia ed Iran, paesi che contrastano, per ragioni diverse, la dinastia degli Al-Saud. È però il regime degli Ayatollah a suscitare le maggiori preoccupazioni dei principi sauditi, impegnati in una guerra tattica con Teheran per l’egemonia del Medio-Oriente.

Anche Gerusalemme ha palesato a Washington le proprie perplessità per la decisione del Presidente Trump. Israele infatti è convinto che senza il cuscinetto delle truppe americane a supporto dei combattenti curdi, aumenteranno gli approvvigionamenti iraniani agli Hezbollah libanesi, considerati la principale minaccia per la sicurezza dello Stato Ebraico.

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