Gente riflessa (fonte Pixabay)

Un esodo senza precedenti

Messico: la marcia dei senza stato
di Diego Grazioli

Bisognerà attendere la fine di questa settimana di passione per la politica interna americana, per conoscere la sorte degli oltre 5mila migranti centroamericani che hanno intrapreso la lunga marcia dai loro paesi d’origine verso gli Stati Uniti. Il destino di questi profughi e la possibilità di entrare negli States, è stato al centro del dibattito delle elezioni di Midterm che dovranno esprimere i nuovi rappresentanti del Congresso, 35 senatori e 36 governatori del gigante nordamericano. Un appuntamento che da sempre significa un referendum sull’operato del Presidente.

Donald Trump, infatti, ha fatto della questione migranti il suo cavallo di battaglia, per spronare la corsa dei candidati repubblicani, facendo leva sulla paura dell’America profonda per le conseguenze che una nuova ondata di profughi potrebbe avere sulle condizioni di vita dei cittadini del suo paese. La promessa di Washington d’inviare 15mila soldati per pattugliare la frontiera con il Messico, non ha però scoraggiato il fiume di migranti, molti dei quali accampati nella città di Puebla e rifocillati dalla solidarietà della popolazione locale e da parroci che hanno aperto le chiese per ospitare le persone spossate dal lungo viaggio a piedi, per molti cominciato da San Pedro Sula, in Honduras, la città più violenta al mondo, secondo le stime delle Nazioni Unite.

Molti religiosi, intervistati dai media locali, hanno parlato di “esodo senza precedenti”, destinato a crescere nel corso del tempo, vista l’instabilità politica di molti paesi centroamericani, gestiti da governi traballanti che non garantiscono condizioni di vita accettabili ai propri cittadini. Tra i migranti è diffusa l’opinione che le barricate annunciate da Trump, siano solo un espediente elettorale e che alla fine nessuno riuscirà a contenere la loro marcia verso nord.

Una convinzione rafforzata anche dall’atteggiamento delle autorità messicane che, tranne qualche pallido tentativo messo in campo alla frontiera meridionale per ragioni di facciata, non sembrano voler ostacolare realmente l’afflusso dei profughi, consapevoli che il Messico è solo un luogo di transito e non la meta finale. Anzi, un primo drappello costituito da circa 500 persone, ha raggiunto la capitale, dove il governo municipale ha attrezzato lo stadio Jesus Martinez Palillo con strutture d’accoglienza e generi di prima necessità, come acqua potabile e coperte per fare fronte alle intemperie della notte.

Un guanto di sfida lanciato dal vincitore delle recenti elezioni presidenziali Andres Manuel Obrador, fautore di una politica populista di sinistra, in aperto contrasto con l’amministrazione di Washington. La preoccupazione maggiore è semmai la sorte dei migranti che potrebbero essere rapiti dalle bande di narcos che infestano il paese, diventando a loro volta manovalanza criminale. Un timore che ha spinto in governatore dello Stato di Veracruz ha ventilare l’ipotesi di mettere a disposizione 120 bus per consentire ai migranti di percorrere più velocemente la pericolosa regione del paese. Una promessa poi non mantenuta per non irritare ulteriormente il governo americano, ma che da l’idea dell’ostilità che ormai serpeggia tra le autorità messicane e quelle statunitensi.

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