Motoscafo della guardia costiera delle Maldive, foto di Mass Communication Specialist 2nd Class Daniel Barker

Popolazione brutalizzata dal regime negli atolli paradiso

Maldive: un corto circuito tropicale
di Diego Grazioli

Dici Maldive e pensi ad uno dei paesi più belli del pianeta, con i suoi atolli bagnati da acque cristalline che lambiscono strisce di sabbia dal colore bianco accecante. Un paradiso dunque, o quasi. Da qualche tempo, grazie anche al lavoro di giornalisti coraggiosi, come il fotoreporter Francesco Zizola o la freelance Francesca Borri, autrice del libro-reportage “Ma quale Paradiso?”, da questo arcipelago da cartolina, stanno emergendo testimonianze agghiaccianti sulle condizioni di vita della popolazione, brutalizzata quotidianamente da uno dei regimi più autoritari del mondo. Dei circa 350mila abitanti, più di un quarto vive nella sovraffollata capitale Malé, una sorta di prigione a cielo aperto, praticamente inaccessibile ai turisti, senza un parco, un luogo di svago o di divertimento. Dove si aggirano bande di disperati che obnubilano le proprie disgrazie con mix di sostanze stupefacenti o sniffando colla, la droga dei poveri. Per non parlare dell’alcol, bandito completamente nella capitale dalla legislazione di matrice strettamente islamica, ma abbondantemente servito nei bar dei resort per turisti che affollano le isole dell’arcipelago. Anche la polizia a Malé è praticamente assente, se non per le retate a caccia di oppositori del regime o di giovani coppie, punite con durezza, sempre a causa della legge ispirata alla Sharia, se sorprese a copulare fuori dal matrimonio. Una situazione insostenibile per la maggioranza della popolazione, arruolata come personale di servizio nei resort e costretta a vivere lontano da casa per buona parte dell’anno, a contatto con viaggiatori del tutto ignari delle condizioni di vita del popolo che li ospita. Anche la possibilità di fuga, per coloro che decidono d‘intraprendere una vita all’estero, è questione di corruzione e mazzette. Non per niente, negli ultimi anni, tra i tanti fuggitivi da questo “paradiso tropicale”, molti hanno scelto la strada senza ritorno del Jihad, soprattutto in Siria, arruolati nelle milizie dello Stato Islamico o nelle formazioni legate ad Al Qaeda. Un percorso simile a tanti altri combattenti di una causa che spesso è solo un pretesto per cercare una via di fuga dalla disperazione dei propri paesi d’origine. Delinquenza di strada, prigione e poi pseudo redenzione estrapolata da una lettura perversa delle pagine del Corano. Le Maldive sono addirittura la prima nazione per numero di Foreign Fighters rispetto al numero di abitanti. Un fenomeno in costante aumento, un po’ come il livello del mare, l’altro grande problema di questo paese che annovera oltre 1100 isole. L’innalzamento dei mari, dovuto al riscaldamento globale, rappresenta una minaccia soprattutto per gli atolli sparsi nell’Oceano Indiano e in quello Pacifico. È lì infatti che la crescita del livello del mare sta facendo maggiormente sentire il suo nefasto effetto, erodendo porzioni sempre più estese di territorio. Sembrano cadere nel vuoto i moniti degli esperti delle Nazioni Unite e dei tanti organismi che si occupano della questione. Responsabilità della globalizzazione sfrenata, e di alcuni dei leader dei paesi maggiormente industrializzati, a cominciare dal Presidente statunitense Donald Trump, che continuano a negare qualsivoglia relazione tra l’effetto serra e lo scioglimento dei ghiacciai, come dimostra la sconsiderata decisione degli Stati Uniti, unico paese al mondo, di non applicare i contenuti dell’accordo partorito dalla Conferenza denominata COP21 sulla riduzione delle emissioni inquinanti.

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