Vladimir Putin con il presidente dell’Iran Hassan Rouhani e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, foto Presidenza della Russia

Si è imposta la linea dura di Putin

Siria: l’offensiva su Idlib
di Diego Grazioli

Com’era prevedibile, sembra essere caduto nel vuoto il monito dell’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria Staffan de Mistura, di fermare l’offensiva del regime di Damasco ed i suoi alleati per riconquistare la roccaforte di Idlib, controllata dai ribelli anti Assad.

Il vertice tra il Presidente russo Vladimir Putin ed i suoi omologhi Hassan Rouhani e Recep Tayyip Erdogan, tenutosi lo scorso 7 settembre a Teheran, si è concluso con la schiacciante vittoria dell’inquilino del Cremlino, che ha imposto la sua volontà di chiudere una volta per tutte il contenzioso aperto con le milizie islamiste che controllano l’area nord-occidentale della Siria, vicino al confine con la Turchia.

Nel vertice trilaterale, la linea del leader turco, che aveva chiesto esplicitamente una tregua nella regione, è stata nettamente sconfessata dai suoi partner, determinati a ripulire definitivamente la regione in mano alle formazioni vicine ad Al Qaeda.

Una sconfitta diplomatica per Erdogan, che in questi anni ha foraggiato le milizie sunnite per mettere alle corde il suo nemico strategico a Damasco, Hafez el Assad. Troppe le difficoltà geopolitiche che sta vivendo la Turchia, sia di carattere economico sia di natura politica, per imporre la sua volontà e sganciarsi dall’alleanza con Russia ed Iran.

A questo punto si attende che le operazioni di terra ad Idlib abbiano inizio, dopo i raid aerei cominciati il 4 settembre ed il concentramento di oltre 150mila uomini dell’esercito regolare siriano, coadiuvati da 10 fregate lanciamissili russe che stazionano nei pressi della costa mediterranea. Per questo le Nazioni Unite stanno predisponendo le attrezzature di emergenza, in grado di dare un minimo di conforto ai profughi in fuga dalla regione.

Nella zona vivono oltre tre milioni di persone, mentre i ribelli sarebbero stimati in 20mila unità, un numero esiguo ma comunque in grado di rappresentare un serio pericolo per le forze di terra siriane e russe, in quanto dotate di armamenti di ultima generazione e di missili terra-aria, come testimonia l’abbattimento del Sukoi 25 di Mosca lo scorso febbraio. Episodio che, con tutta probabilità, ha inciso sulla decisione di Putin di riconquistare il Governatorato di Idlib.

Quello che preoccupa la comunità internazionale è dunque il prevedibile bagno di sangue che potrà avvenire nei prossimi giorni, l’ennesimo atto di pulizia etnica perpetrato ai danni della popolazione siriana a maggioranza sunnita.

L’altro effetto collaterale che spaventa i leader europei è il probabile fiume di profughi costretto a scappare dai combattimenti. Un esodo stimabile in oltre un milione di persone che, con tutta probabilità, si dirigeranno verso nord, incrementando così i campi d’accoglienza predisposti dalla Turchia con i soldi dell’Unione Europea, che finora ha erogato al governo di Ankara un finanziamento di sei miliardi di euro, affinché la marea umana in fuga dalla guerra civile siriana, non intraprenda la via dei Balcani per dirigersi in Europa.

Finora la strategia di Bruxelles, di destinare una mole così importante di denaro alla Turchia, ha funzionato egregiamente, visto che dalla decisione presa a fine 2015, gli arrivi dalla rotta est sono calati del 97%. Difficilmente però una nuova ondata di profughi potrà essere contenuta, a meno di mettere di nuovo mano al portafoglio in favore di Ankara, proprio mentre i 28 paesi dell’Unione stanno discutendo dell’ammontare della somma da destinare ai migranti provenienti dall’Africa.

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