Aeroporto internazionale di Mitiga, Tripoli. Da Google Earth

Scontri nella zona strategica dell’aeroporto di Tripoli

Libia: lo stato d'emergenza
di Diego Grazioli

Non sarà lo showdown finale, ma la già complicata situazione libica rischia di precipitare in una guerra civile a tutti gli effetti. L’ennesima miccia, in quella polveriera chiamata Libia, questa volta è stata accesa dalla Settima Brigata che controlla la zona meridionale di Tripoli. La milizia che fa capo a Abdel Rahim al Kani, ha attaccato il quartiere di Abu Salim, dove sorge il penitenziario più grande del paese, tristemente noto per i disumani trattamenti riservati ai prigionieri ai tempi del regime di Gheddafi.

Una battaglia che ha lasciato sul terreno oltre 200 morti e che ha fatto scattare lo stato d’emergenza a Tripoli ed in tutta la regione. Particolarmente gravi gli scontri avvenuti nella strategica zona dell’aeroporto, difeso dalle variegate milizie che in questi anni hanno sostenuto il governo del traballante Presidente Fayez al Sarraj.

Secondo gli esperti, l’attacco della Settima Brigata, sarebbe stato deciso proprio per spingere l’esecutivo di Tripoli a concedere loro una parte delle ricchezze che, dalla caduta del regime, sono finite nelle tasche delle bande che controllano la capitale. Denaro che arriva soprattutto dalle rendite derivanti dal petrolio, business nel quale l’Italia esercita ancora un ruolo da protagonista, controllando tramite l’ENI il giacimento e i relativi terminali del complesso di Mellitah, uno dei più grandi del paese.

Una situazione talmente incendiaria da aver spinto la Farnesina a decidere l’evacuazione di parte del personale della nostra ambasciata a Tripoli, che comunque rimane formalmente aperta, come ha dichiarato il numero due della missione diplomatica Nicola Orlando, mentre l’ambasciatore Giuseppe Perrone al momento non risulta essere presente nel paese, dopo i contrasti avvenuti all’inizio di agosto con il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, che vorrebbe estendere il suo potere anche nella Tripolitania. Per questo quello che sta avvenendo nelle ultime ore nella capitale è particolarmente grave.

Un eventuale collasso del governo di Sarraj, comprometterebbe i delicatissimi rapporti di forza che in questi anni si sono instaurati in Libia. In quest’ottica, massima attenzione è focalizzata sulle milizie di Misurata, le quali per ora sono rimaste a guardare, attendendo gli sviluppi degli scontri in corso a Tripoli. Un eventuale intervento delle bande di Misurata, tra le meglio organizzate del paese, farebbe detonare una situazione già sull’orlo del precipizio.

L’unica eccezione, all’attendismo delle milizie della terza città libica, è venuta dalla Brigata del deputato islamista Salah Badi, legato alla Turchia, che inizialmente ha appoggiato l’offensiva di Abdel Rahim al Kami, salvo poi cambiare di nuovo bandiera, attaccando le stesse milizie che fino a poco tempo prima aveva sostenuto.

A margine di questo complicatissimo scenario, c’è la situazione dei migranti riportati nel paese e di quelli clandestini che attendono d’imbarcarsi per l’Europa. Negli scontri dello scorso weekend sono fuggiti dal centro di detenzione di Ain Zara oltre 400 detenuti, per la maggior parte stranieri, che ora si aggirerebbero per le strade della capitale, in attesa di diventare l’ennesima “merce” pronta ad essere sfruttata dalle bande di trafficanti di uomini.

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