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Migrazioni: fallite le piattaforme di sbarco regionali

Il cerino acceso torna in mano italiana
di Giorgio Castore

Molti avvenimenti si sono succeduti dallo scorso 12 luglio, quando ad Innsbruck si sono riuniti i ministri degli interni di Germania, Austria ed Italia con, fra gli altri, un obiettivo non dichiarato: battezzare un’inedita formazione, nell’ambito UE, definita da numerosi giornalisti “ASSE”.

Tra gli obiettivi dell’inedita, almeno per questo secolo, triade vi era, presumibilmente, quello di rosicchiare lembi di consenso intorno ad una proposta unitaria dei tre paesi dell’Asse sul tema, ostico, delle migrazioni, contribuendo alla buona riuscita del semestre di presidenza austriaca, affidato, come previsto dal turno semestrale di presidenza UE ,al primo ministro austriaco Sebastian Kurz.

La coreografia del vertice informale, trattandosi di ministri degli interni, non poteva non essere affidata se non alle forze dell’ordine.

L’esperienza, ormai poliennale, del sistema di gestione del diritto di asilo per i paesi dello “Spazio Schengen” (*) sembra che confermi in modo inequivocabile che non si possano ottenere contemporaneamente botte piena e moglie ubriaca. Quello che resterebbe da fare, quindi, sarebbe garantire che il suolo Schengen sia calpestato soltanto da coloro che ne abbiano diritto e siano capaci di dimostrarlo prima di entrare nello “spazio degli eletti”.

Ecco, dunque, che per mantenere botte piena e moglie ubriaca il Consiglio europeo del 28 giugno scorso ha partorito l’idea delle “piattaforme di sbarco regionali” sulle coste africane dove allocare i “passeggeri” delle imbarcazioni dei migranti soccorsi nel Mediterraneo, in collaborazione con l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM).

La costituzione delle “piattaforme”, da realizzare su territori rigorosamente extra UE avrebbe come obiettivo la verifica dei requisiti di ammissione allo spazio Schengen ed il rilascio di un idoneo lasciapassare! Ma nel caso di non possesso dei requisiti richiesti si configurerebbe il “respingimento”.

Peccato, però, che paesi come Tunisia, Marocco ed Albania seguiti anche dalla Macedonia abbiano immediatamente declinato l’onore dell’incarico, peraltro difficilmente compatibile con la Convenzione europea sui diritti umani.

Tornando, con i piedi per terra, alle procedure attualmente in uso affidate alle responsabilità di coloro che operano direttamente o meno per la salvaguardia della vita dei migranti, dobbiamo registrare finora un timido passo avanti nell’operatività del sistema di aiuto ai migranti.

Va subito detto che dopo quello che è chiaramente apparso un conflitto tra Presidente della Repubblica e Ministro dell’Interno, di cui, però non sono noti i termini, rimangono soltanto ipotesi di sconfinamento tra poteri di organi di governo, che riguardano Guardia Costiera (Ministero della Difesa) e Polizia di Stato (Ministero dell’Interno), e rischi che possono coinvolgere la sfera della magistratura.

Scongiurato, almeno per ora, il rischio del ripetersi di azioni di tale tipo, non rimane altro che correggere eventuali errori che possano ripresentarsi.

Nell’ultimo caso, al Presidente Conte va ascritto un tentativo andato a buon fine grazie anche all’intervento di Malta e della Francia che, inaspettatamente, hanno dichiarato la propria disponibilità a collaborare per ripartire i migranti tra i paesi che si sono offerti. Ai due Paesi si sono poi aggiunti Germania, Portogallo e Spagna, anch’essi pro quota di 50 richiedenti asilo cadauno.

Ciò di cui abbiamo bisogno non è di continuare a fare il tifo per questo o quel personaggio mentre cresce il numero dei morti nelle traversate dalla Libia, bensì di ridurre, nei limiti del possibile, le perdite di vite umane legate alle traversate nel Mediterraneo, di dichiarare che finalmente la campagna elettorale si è conclusa e di ricordare sempre di evitare ogni inutile ritardo nell’assistenza ai poveri disgraziati strappati alla morte durante il viaggio.

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(*)Allo Spazio Schengen aderiscono 22 Stati su 28 dell'Unione europea; gli Stati membri che hanno deciso di non aderire allo Spazio Schengen sono il Regno Unito e l'Irlanda, in base a una clausola di opt-out, mentre quattro altri paesi (Cipro, Croazia, Romania e Bulgaria) hanno sottoscritto la Convenzione di Schengen ma per essi non è al momento ancora in vigore, poiché non hanno ancora attuato tutti gli accorgimenti tecnici previsti nella pratica; in via provvisoria, mantengono tuttora i controlli alla frontiera delle persone.

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