Polizia indonesiana a Jakarta, By AWG97 - Own work, CC BY-SA 4.0

E' di 14 morti il bilancio degli attentati in Indonesia

Indonesia: il sangue dei cristiani
di Diego Grazioli

E' di almeno 14 morti e di oltre 50 feriti, il bilancio di una serie di devastanti attentati avvenuti in Indonesia lo scorso weekend ai danni della comunità cristiana. Nel mirino dei terroristi appartenenti allo JAD, il Jamaah Ansharut Daulah, un gruppo estremistico legato all'ISIS, sono finite tre chiese gremite di fedeli della città di Surabaya, la seconda metropoli dell'arcipelago dopo la capitale Jakarta. Secondo le forze dell'ordine cittadine, anche loro colpite da una doppia deflagrazione nella giornata di lunedì, a mettere in atto gli attacchi sarebbero stati due nuclei familiari, che non hanno esitato a farsi esplodere, sacrificando la vita di almeno cinque minori. Una modalità operativa aberrante, che segna un punto di non ritorno della ferocia dei terroristi all'opera da tempo in diversi paesi del sud-est asiatico. Particolarmente grave la situazione in Indonesia, la nazione con la più grande comunità musulmana dell'intero pianeta: degli oltre 260 milioni di abitanti infatti almeno l'87% sono seguaci dell'Islam. Secondo le stime delle autorità centrali, da gennaio dello scorso anno sarebbero oltre 100 i casi di intolleranza religiosa che hanno colpito le confessioni minoritarie del paese. Gli attacchi terroristici arrivano a pochi giorni dal vertice tenutosi proprio a Jakarta tra i parlamentari delle nazioni della regione appartenenti all'APHR, l'Asean Parlamentarians for Human Rights, l'organizzazione che monitora la diffusione del radicalismo islamico nell'area. La nuova ondata di attentati sarebbe anche la conseguenza della repressione effettuata dalla polizia nei confronti di una rivolta avvenuta in un penitenziario vicino a Jakarta all'inizio del mese di maggio, quando le forze speciali avevano fatto irruzione nella struttura dopo che alcuni detenuti, appartenenti a gruppi legati a gruppi terroristici musulmani, avevano ucciso cinque agenti di custodia. Per porre un freno alle crescenti violenze, il Presidente indonesiano Joko Widodo, ha prontamente inviato a Surabaya diversi contingenti appartenenti alle unita' antiterrorismo dell'esercito con il compito di pacificare la situazione. Un compito improbo vista la crescita del radicalismo islamico nell'arcipelago. Una diffusione che non riguarda solo i gruppi terroristici ma anche i toni della propaganda di alcuni partiti politici. Tra questi, a crescere in maniera esponenziale nelle ultime elezioni amministrative indette per designare il governatore della capitale Jakarta, c'e' l'FPI, il Fronte di Difesa Islamico, i cui seguaci vestiti di bianco, vorrebbero introdurre la Sharia nel paese. Secondo il parere di alcuni esperti di questioni geopolitiche asiatiche, a causare la radicalizzazione del sentimento religioso ci sarebbe anche la diffusa indignazione per le violenze subite dalle comunità musulmane in altre nazioni dell'area. Nei mesi scorsi infatti i media locali hanno dato ampio spazio a quello che e' avvenuto e ancora sta avvenendo nel vicino Myanmar, dove la maggioranza della popolazione, in questo caso buddista, ha appoggiato i pogrom contro la minoranza musulmana dei Rohingya, costringendo migliaia di persone a fuggire in Bangladesh. Meno grave ma altrettanto significativa la situazione in Sri Lanka, dove lo scorso febbraio la comunità islamica del paese e' stata oggetto di atti di violenza perpetrati da alcuni appartenenti ai partiti radicali buddisti. In generale, quello che preoccupa, e' l'acuirsi nella regione, tra le più tolleranti dal punto di vista religioso del pianeta, del fondamentalismo confessionale, che potrebbe portare un numero sempre maggiore di persone nelle braccia dei gruppi terroristici fondamentalisti affiliati alle varie fedi, sconquassando secolari equilibri di tolleranza che hanno fatto dell'Estremo Oriente un modello di convivenza culturale. 

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