Mezzi corazzati dell’esercito a protezione degli obiettivi sensibili nel centro storico di Roma. Foto di Massimo Predieri per italiani.net

Paura e avidità hanno preso il sopravvento politico

Riflessioni sulla crisi
di Roberto Savio

Nella mia qualità di redattore anziano della rivista “italiani”, ho il piacere di dare il benvenuto nell’equipe al nostro nuovo direttore Roberto Savio. Giorgio Castore

La nostra sfida, nel momento delle fake news e della trasformazione di lettori in merce per fini antidemocratici, come è successo con Facebook, è dare una informazione di qualità, che permetta ai lettori di essere più protagonisti della loro vita. Ricevere commenti ed opinioni, è la forza del nostro lavoro. Roberto Savio

Il giornalista Roberto Savio nel suo studio a Roma, 2017, foto di Massimo Predieri per italiani.net

Ormai è chiaro che siamo in un periodo di transizione, anche se non sappiamo verso dove. È evidente che il sistema politico, economico e sociale che ci ha accompagnato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, non è più sostenibile. Le diseguaglianze in crescita esponenziale, ci hanno riportato quasi ai livelli del tempo della Regina Vittoria, secondo Amnesty International: ma a livello globale.

Dieci anni fa 652 persone possedevano la ricchezza di metà dell’umanità, pari a una popolazione di 2,3 miliardi. Adesso sono diventate otto. I diciottenni di oggi, secondo le proiezioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, andranno in pensione con in media 632 euro.

Nonostante le dichiarazioni ufficiali, ma nella indifferenza generale, stiamo raggiungendo il limite dei 2 gradi di aumento della temperatura globale, oltre il quale il nostro pianeta subirà cambiamenti irreversibili. La finanza è uscita dall’economia, per creare un mondo proprio, il solo senza organismi internazionali di controllo, dove le transazioni finanziarie hanno un valore quaranta volte superiore alla produzione di beni e servizi di tutto il pianeta.

Dal 2009 ad oggi le principali banche hanno pagato oltre 800 miliardi di multe per operazioni illegali. La partecipazione politica è scesa da una media dell’86% nel 1960, al 64% oggi.

Una analisi profonda è molto complessa e investe tutti gli aspetti della nostra vita. Ma è possibile individuare dei punti importanti di riflessione e di dibattito, ed allo stesso tempo semplici, sui quali soffermarci insieme. Magari porteranno anche a riflettere su altri punti, poiché il tema della crisi è in realtà olistico, ed investe tutti i temi della nostra vita. Le riflessioni sono sempre soggettive. Queste che seguono sono su fatti cui ho partecipato. Ma sono pur sempre fatti.

Riflessione n° 1 - La crisi ha radici lontane.

È nel 1973 che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adotta all’unanimità un piano di governabilità globale, che mira alla riduzione delle diseguaglianze tra i suoi membri: si chiama Nuovo Ordine Economico Internazionale. Il piano nasce con l’appoggio degli Stati Uniti (anche se promosso da Messico ed Algeria).

Il sistema internazionale del dopoguerra, come per esempio le Nazioni Unite, nasce su iniziativa degli Stati Uniti, i vincitori della Seconda Guerra Mondiale, che hanno interesse a preservare la pace e lo sviluppo, dopo una guerra nella quale hanno perso circa mezzo milione di soldati, su una popolazione di 140 milioni di persone. La Germania ne perse oltre 15 milioni su 78 di abitanti, ed oltre due milioni di civili, al contrario degli Stati Uniti, che non ebbero vittime civili.

Le Nazioni Unite nascono con l’impegno di Washington di contribuire con il 25% al bilancio, il ché evidenzia la differenza con oggi, con Trump che minaccia il ritiro degli USA dalle Nazioni Unite. Ma sino al Summit di Cancún del 1981, in cui si riuniscono i ventidue Capi di Stato più importanti del mondo, si viveva con la illusione della fine delle diseguaglianze, sulla base di una democrazia mondiale, dove la maggioranza dei Paesi avrebbe deciso il corso da seguire per il bene comune.

A Cancún partecipa il neo eletto Presidente Reagan, il quale annuncia che gli Stati Uniti non accettano più di essere sottomessi alle regole di una astratta democrazia mondiale. Gli Stati Uniti non sono un Paese come gli altri, e torneranno a decidere la loro politica internazionale e commerciale. Nella stessa riunione si trova Margaret Thatcher, che diventa la sponda europea di Reagan. Nasce una visione diversa del mondo. La società non esiste: esistono gli individui (Thatcher). Non sono le fabbriche che provocano l’inquinamento, ma gli alberi (Reagan). La povertà produce povertà: la ricchezza produce ricchezza. Quindi i ricchi vanno tassati il meno possibile, perché distribuiscono ricchezza.

Riflessione n° 2 - la fine delle ideologie

Poco dopo Cancún, nel 1989, cade il muro di Berlino ed è la fine delle ideologie, una camicia di forza che ci ha portato al nazismo e al comunismo. La idea vincente è che bisogna essere pragmatici. La politica deve risolvere i problemi concreti, non perseguire utopie. Ma la soluzione di un determinato problema senza che sia inserito in una visione finale della società (destra o sinistra, poco importa), si chiama in realtà utilitarismo, e la politica rivolta alla amministrazione e non alle idee allontana la partecipazione politica ed aumenta la corruzione. Senza programmi ideali, l’importanza della figura politica, possibilmente telegenica, si misura in tv e non nelle piazze. Il marketing, e non le idee o i programmi, diventa lo strumento principale per le campagne elettorali.

Riflessione n° 3 – La globalizzazione neoliberale

Allo stesso tempo, la globalizzazione neoliberale si impone come pensiero unico senza alternative (TINA, There Is No Alternative della Thatcher). É interessante notare che, prima della caduta del Muro, il termine globalizzazione non appare nei media. Si basa sul modello socioeconomico e politico del cosiddetto Consenso di Washington, il paradigma di sviluppo imposto dal Fondo Monetario Internazionale, dal Banco Mondiale e dal Tesoro degli Stati Uniti: prevede l’adozione delle seguenti riforme: stabilizzazione macroeconomica, liberalizzazione (dei commerci, degli investimenti e finanziaria), privatizzazione e deregolamentazione. Elimina ovunque le barriere di protezione nazionale, riduce le spese non produttive (educazione, sanità, assistenza sociale) e promuove la libera competizione fra gli Stati. Famosa la definizione che ne dà Kissingeril nuovo paradigma della supremazia americana. I paesi in via di sviluppo la vivono come la sottomissione alle regole economiche imposte dal Nord. Kissinger non aveva previsto che, una volta aperta la via della libera concorrenza, la Cina ed altri paesi sarebbe emersi.

Riflessione n° 4 – La Terza Via

La reazione della sinistra al pensiero unico, fu la Terza Via, proposta con successo da Tony Blair. Abbandonare le vecchie idee della sinistra, e cavalcare la globalizzazione, accettandone la mancanza di alternative. La socialdemocrazia, da Blair a Renzi, cerca di trasformarsi in un partito trasversale, che abbracci anche il centro, con una politica di fatti concreti, senza gabbie ideologiche superate. Di fatto, la sinistra perde il suo popolo. La crisi del 2008, dovuta alla assenza di controlli sulle banche americane, (con la sinistra al governo quasi ovunque), elimina la capacità della sinistra di ridistribuire il surplus. Operai, ceti medi in crisi, vittime della globalizzazione, cercano nuovi difensori e votano per i Le Pen, i Farage, i Wilder e così via, fino a votare adesso Salvini e le 5 Stelle.

Riflessione n° 5 – L’avidità

Numerosi storici ritengono che la avidità e la paura siano stati tra i principali motori di cambio nella storia. Riccardo Petrella, nel suo ultimo libro Nel nome dell’umanità, crede che questi motori si sono realizzati usando tre trappole: In nome di Dio, in nome della Nazione ed in nome del Profitto. Non c’è dubbio che dalla caduta del Muro, i valori della globalizzazione - competizione, profitto, individualismo, esaltazione della ricchezza - insieme alla scomparsa dal dibattito politico sulla giustizia sociale, la solidarietà, la trasparenza, l’equità, abbiano creato una etica basata sulla avidità. Venti anni dopo, nel 2009, la crisi economica e finanziaria, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, apre un secondo ciclo, quello della paura.

Riflessione n° 6 – La paura

Il ciclo della paura, nel quale siamo in pieno, senza avere abbandonata la avidità, mentre tornano di nuovo in uso le trappole del in nome di Dio, della Nazione e del Profitto), crea una nuova destra. Non è un fenomeno politico, si basa sulle emozioni. La Brexit e Trump sono evidenti. Ma il fenomeno è molto più profondo. Siamo in una società liquida, non strutturata su ideologie o classi. In questa società è facile che salgano alla ribalta leader che cavalcano la paura e la avidità.

La crisi del 2009 si unisce alle massicce immigrazioni provenienti da paesi invasi dall’Occidente per deporre dittatori e introdurre la democrazia (ma la Jugoslavia dopo la morte di Tito non andava dimenticata così rapidamente). Nel 2003 George W Bush avviava la invasione dell‘Iraq. Nel 2011 scoppia la guerra civile in Siria, che diventa scontro interposto tra potenze arabe, europee, americane e la Russia (con sei milioni di sfollati).

Nel 2013 Sarkozy spinge una invasione in Libia. Dalle rovine nasce l’Isis, il terrorismo in Nome di Dio, per un ritorno all’Islam originale (il wahabismo finanziato dall’Arabia Saudita con 80 miliardi di dollari negli ultimi venti anni). I veterani della guerra finanziata dagli Stati Uniti contro l’occupazione russa in Afghanistan si radunano sotto Bin Laden in un’altra struttura, Al Qaeda.

Come dice il famoso vignettista El Roto in El Pais, “noi mandiamo bombe e loro ci mandano rifugiati”. Da questi partono le due trappole: in nome di Dio e della Patria. Oggi  in Europa i partiti identitari e sovranisti sono la seconda forza politica, davanti ai socialisti. Se si tenessero oggi le elezioni europee, la destra radicale avrebbe quaranta milioni di voti. È al governo in Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, ma condiziona i governi nordici, l’Olanda e la stessa Germania, da quando il partito di estrema destra AFD ha preso 92 seggi. Orban di Ungheria lancia la cosiddetta “democrazia illiberale”, la Polonia denuncia il laicismo dell’Unione Europea, e convoca una grande marcia con i populisti e sovranisti di tutta Europa, al grido di “In nome di Dio”. Il Gruppo di Visegrad (Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, ed ora l’Austria) denuncia il cedimento dell’Europa all’Islam, e crea una frattura Est-Ovest in Europa, che si unisce a quella Nord-Sud sulla visione della economia: austerità o solidarietà.

Ma c’è una novità. Gli Stati Uniti intervengono in Europa, appoggiando apertamente i partiti della destra nazionalista e xenofoba, che allo stesso tempo guardano non solo a Trump ma anche a Putin (che sta anche intervenendo nelle elezioni europee), come un punto di riferimento. Come gridò Salvini nel comizio di Piazza del Popolo a Roma “buon lavoro Putin e Trump”.

In una Europa che va invecchiando rapidamente (in Italia i giovani tra 18 e 25 anni sono il 3% degli aventi diritto al voto), la immigrazione è diventata una grande bandiera della destra populista e xenofoba.

Intanto il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato un avviso: l’Europa ha bisogno in tempi brevi di assorbire 20 milioni di immigrati, per sostenere il suo sistema pensionistico e la produttività. Le statistiche dimostrano che gli immigrati contribuiscono al sistema più di quanto costano; costituiscono la grande maggioranza delle nuove piccole imprese; il loro sogno è essere rapidamente integrati al sistema europeo. Ma non esiste un dibattito sulla migrazione, e quale tipo di immigranti accogliere. Sono ormai tutti visti come pericolosi invasori, pronti a distruggere l’identità europea, alla criminalità, ed a togliere lavoro ai cittadini europei, vittime di una diffusa disoccupazione. Persino Trump, in un paese fatto da immigranti, ha fatto del controllo dell’immigrazione uno dei suoi cavalli di battaglia.

Un fenomeno tragico è che i giovani, molto meno dei pensionati, non sono più politicamente attivi. Da sempre, i giovani irrompono sulla scena politica per cambiare il mondo che trovano. Se avessero votato,  la Brexit non si sarebbe verificata. Ma il sistema di anziani li ignora. Il governo Renzi ha stanziato 30 miliardi di euro per salvare quattro banche. Nello stesso anno il bilancio totale per i giovani italiano era di due miliardi.

Dalla creazione delle Nazioni Unite nel 1945, siamo passati da 2,5 a 7,6 miliardi di abitanti. La crescita si fermerà solo nel 2.050, quando saremo 9,5 miliardi. L’Africa nello stesso tempo raddoppia. O troviamo accordi di governabilità, o dovremo sparare sugli immigranti, come già alcuni propongono.

Riflessione n° 7 – L’inerzia dei cittadini

Gli intellettuali ed i politologi sono sempre più sorpresi dalla passività di cittadini, che sembrano completamente anestetizzati e non reagiscono più a nulla, anche se la politica va contro i loro interessi. La storia di Brexit è stata oggetto di tante analisi. Come è possibile che le zone più depresse, che tanto ricevevano dall’Europa, abbiano votato per uscire dall’Europa? Come è possibile che la Polonia, la più grande beneficiaria dei fondi europei, voti contro l’Europa? Come è possibile che Trump, che doveva prosciugare la palude dai grandi interessi a favore del popolo ignorato dai grandi poteri, governi alleandosi con le banche e con l’esercito (oltre i propri famigliari), ed i suoi elettori gli sono rimasti fedeli? Oggi il 92% dei suoi elettori si dichiara pronto a rieleggerlo.

Vi sono molte interpretazioni di questa situazione paradossale. Ma come diceva Taillerand, ogni popolo ha il governo che si merita. Dovremmo riconoscere che dalla crisi del 2009 la classe politica è quella che ha perso più credito. Andrebbe esaminato l’impatto della evasione televisiva dei Reality Show dal 1989: la sensazione di estraneità dal potere politico. Come il rifugio in uno spazio virtuale, come internet, abbia contribuito ad un individualismo frutto di frustrazione e della mancanza di dibattiti e di idee. L’esempio macroscopico di questa anestesia è sicuramente il cambiamento climatico. I cittadini lo vedono tutti i giorni nella loro vita quotidiana: foto impressionanti dalla sparizione dei ghiacciai, nevicate nel Sahara, uragani, incendi, tormente. Hanno anche i dati della comunità scientifica, che ha costretto i governi di tutto il mondo a sottoscrivere a Parigi un accordo insufficiente e senza controlli. Ma non hanno bisogno di studiare, per sapere. Possono anche vedere come i governi parlano, ma non fanno. Continuano a spendere per finanziare lindustria fossile tre volte di più di quello che investono nell’energia rinnovabile. L’Italia ha addirittura indetto un referendum per continuare a sfruttare i giacimenti petroliferi nel Sud.

In questi giorni il governo spagnolo si sta opponendo alle industrie elettriche, che vogliono chiudere le centrali a carbone. Ma in Spagna i pensionati hanno fatto una impressionante marcia per difendere le loro pensioni. Tuttavia nessun paese ha indetto una marcia sul clima. Sulla sorprendente assenza di reazioni dei cittadini su problemi vitali, si potrebbe scrivere molto. Ed è la base del cambiamento epocale che stiamo vivendo.

Riflessione n° 8 – Le nuove tecnologie

L’impatto della tecnologia. Prendiamo l’impatto della IV Rivoluzione Industriale, in arrivo. Ricordiamo: la Prima fu agli inizi del 1.800, quando la meccanizzazione sostituì il lavoro individuale, come i telai meccanici che presero il posto di quelli manuali. Fu facile riciclare i lavoratori, che passarono dal telaio di casa a quello della fabbrica.

La Seconda fu alla fine del 1.800, grazie all’utilizzo di macchine azionate da energia a vapore e l’utilizzo di nuove fonti energetiche, nascono le reti ferroviaria, la costruzione di navi a vapore e a mezzi di comunicazione veloci, a scoperte importanti nel campo chimico e medico, alla catena di montaggio, l’elettricità, il telefono, ecc. Anche qui, grazie al travaso dai campi alle fabbriche, l’uomo rimane vitale per la produzione. E nascono battaglie politiche per un riconoscimento equo del suo lavoro, e la politica moderna. 

La Quarta Rivoluzione si colloca alla fine della seconda guerra mondiale, dove la tecnologia, con internet al centro, cambia il modo di lavorare, e spunta la robotizzazione, che ora copre il 17% della produzione di beni e servizi. Ma nel 2030 si calcola che sarà il 30%. Solo l’automazione dei trasporti renderà obsoleti in Europa sei milioni di tassisti, camionisti, guidatori di mezzi pubblici, cambierà totalmente il sistema dei trasporti, l’industria automobilistica, le imprese di assicurazione, ecc.  Questa volta, i conduttori di tassì, sapranno riciclarsi in una società che privilegerà la conoscenza tecnologica sul lavoro tradizionale? Andiamo verso un problema strutturale, che la politica, ormai rivolta a tempi brevissimi, continua ad ignorare. Ma questo non rischia di aumentare la disoccupazione, la paura, le tensioni sociali e politiche? È solo un esempio su quanto si vada allargando drammaticamente la distanza tra politica e la tecnologia, la finanza e la globalizzazione.

Riflessione n° 9 – La crisi del multilateralismo.

Dalle rovine della seconda guerra mondiale, era nata la coscienza che solo attraverso la cooperazione multilaterale si poteva cercare una pace duratura, dopo le tragedie provocate dai nazionalismi e dalla idea di dominio sugli altri. Nacquero le organizzazioni internazionali, come le Nazioni Unite, con tutte le sue Agenzie e Fondi, dall’Unicef alla Fao, dalla Organizzazione Mondiale della Salute a quello dell’Energia Atomica; e in Europa il grande progetto della Comunità Europea, insieme a tutti i progetti regionali, dall’Asean all’Organizzazione dell’Unità Africana, la Organizzazione degli Stati Americani, il Mercosur, ecc.

Tutto il sistema multilaterale è oggi in crisi. Le guerre commerciali di Trump stanno distruggendo il sistema di scambi commerciali. Dalla democrazia mondiale di Roosevelt, al libero scambio e competizione di Reagan, siamo passati ai soli interessi americani, America first.

Le guerre monetarie sono all’orizzonte. La idea di competere e non cooperare, la Avidità come valore per sostituire il valore della cooperazione, che aiuta i deboli e controlla i forti sta finendo. Ma come allora Kissinger non vide che la libera competizione un giorno si sarebbe rivolta contro gli Stati Uniti, Trump non vede che aprire una politica di scontri un giorno potrebbe ritorcersi contro di lui.

La Russia, la Cina e gli Stati Uniti ritornano all’era della politica delle cannoniere, che sembrava ormai sparita. Il presente e l’immediato futuro sembrano una pericolosa riedizione degli anni Trenta, sfociati nella Seconda Guerra Mondiale. Ne hanno coscienza coloro che votano per il nazionalismo? Come dice Papa Francesco siamo già in una Terza Guerra Mondiale “a pezzi”. Abbiamo superato il numero di rifugiati di allora. Alle guerre in nome della Patria in Africa, si vanno aggiungendo quelle in nome di Dio, dai Rohyngia in Birmania, ai terroristi islamici. Abbiamo passato decenni ad abbattere muri, e ne stiamo costruendo più di prima. Il futuro sembra andare contro gli interessi dell’umanità, che conosce ora minacce planetarie non esistenti negli anni 30, dal clima al nucleare, in un processo di darwinismo sociale ed economico che già sappiamo dove ci conduce.

Riflessione n° 10 – La governabilità della globalizzazione

È evidente che la riflessione finale riguarda la necessità di trovare una governabilità della globalizzazione e della Quarta Rivoluzione industriale. Non è vero che siamo senza ideologie. La globalizzazione neoliberale è una ideologia di una forza senza precedenti, che ha prodotto fenomeni nuovi, come la finanza globale, un sistema multinazionale più forte dei governi, dove l’esempio dell’uso di Facebook per trattare i cittadini come merci, per influire su scelte politiche e commerciali, ci dimostra che siamo in una profonda crisi di democrazia.

Stiamo entrando in un mondo distopico descritto dai pionieri della science fiction: il mondo di Orwell e Clark, basato sulle macchine e sul potere di pochi. Solo dieci anni fa era impensabile un’ascesa al potere totale come quella di Xi Jinping in Cina, di Erdogan in Turchia o di Putin in Russia. Erano impensabili la Brexit e Trump. Era impensabile che i paradisi fiscali gestissero la colossale cifra di 80 trilioni di dollari. Era impensabile che otto persone avessero la stessa ricchezza di 2,3 miliardi di persone. Era impensabile che la Norvegia avesse un inverno dalle temperature vicine a quelle della primavera.

Dieci anni fa la crisi finanziaria apriva un periodo di profonde e drammatiche trasformazioni. Con questo ritmo della accelerazione della storia, come la chiamava Toynbee, dove saremo tra dieci anni?

Occorre trovare subito un dialogo fra tutti, che può essere solo basato sulla riscoperta di valori comuni, sulla costruzione della pace e della cooperazione, del diritto internazionale come base dei rapporti tra stati, e ritrovare il senso della condivisione, della pace e della giustizia sociale come base per la convivenza, che riporti l’uomo al centro della società, e non il capitale, la finanza e l’avidità, e ci liberi dalla paura. Sapremo trovare il cammino per farlo?

Qui finiscono le 10 riflessioni che presento come utili per guardare da dove veniamo, e dove andiamo. È solo una proposta per ragionare. Se se ne vogliono fare altre, saranno benvenute. Ma quello che conta è riflettere!

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