Tacking Cover. The Reuters news agency has shared this photo of two men taking cover during the attack at the military headquarters in Burkina Faso's capital Ouagadougou. 02/03/2018

Burkina Faso: attaccata l’ambasciata francese

Climax del terrore
di Giorgio Castore

Otto morti tra le forze dell’ordine nazionali, altrettanti tra gli attaccanti, oltre ottanta feriti, è stato il bilancio iniziale dell’attacco terrorista dello scorso due marzo nella capitale burkinabé, Ouagadougou, con due obiettivi principali, l’ambasciata francese e lo stato maggiore dell’esercito.

Un bilancio che diventa sempre più pesante col trascorrere dei giorni e che, alla data del 4 marzo, è arrivato a contare fino a 30 il numero dei morti.

Non più tardi di due settimane fa, avevamo dato conto del malessere, sempre crescente, che aveva investito il Paese, segnalato nell’articolo “Burkina Faso: a migliaia in fuga dalle case”, che lasciava presagire un crescendo di azioni terroristiche sia in qualità che quantità.

E questo è accaduto, col massacro di vite umane, sia nella scelta degli obiettivi, l’ambasciata francese, lo stato maggiore dell’esercito, la localizzazione del mercato principale della città, sia nel camuffamento con il travestimento da uniformi militari usato dai terroristi, che ha agito con effetto sorpresa.

Il Burkina Faso è uno dei paesi fragili, sul bordo meridionale del Sahara, che stanno combattendo gruppi jihadisti. L'insurrezione ha già ucciso migliaia di persone e costretto decine di migliaia a fuggire dalle loro case, infliggendo danni devastanti alle economie già tra le più povere del mondo.

Secondo i dati del Rapporto sullo sviluppo umano dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, su un totale di 188 Paesi, il Burkina Faso occupa il 185mo posto nella scala mondiale. A titolo di mera conoscenza, si segnala che il Burkina Faso è seguito, nella medesima graduatoria dello sviluppo umano, da Ciad al 186° e Niger al 187° posto, anche questi appartenenti al gruppo del “G5 Sahel”, con Mali e Mauritania.

Non meravigliano, quindi, i riferimenti alle condizioni di povertà che influenzano negativamente lo stato di malessere, che favoriscono la propensione alle migrazioni che affliggono quelle popolazioni spinte da condizioni limite per l’assenza di prospettive accettabili di vita.

Questo non significa che si voglia o si possa giustificare l’esistenza di frange rivoluzionarie o terroristiche. Al contrario!

Marc Kaboré, Presidente del Burkina Faso dal 2015, ad un giornalista che a fine 2016 gli chiedeva la sua opinione sulla politica dell’Unione Europea in merito ai fondi stanziati per lo sviluppo sostenibile rispose:

“Non possiamo fare altro che reagire positivamente a questo piano dell’Unione Europea, che a titolo personale considero molto interessante. Detto questo, non vogliamo illuderci. Alle parole e ai piani devono seguire gli atti. A New York gli Stati membri delle Nazioni Unite hanno annunciato per il 2016 fondi pari a 4,5 miliardi di dollari in più rispetto al 2015 per proteggere i rifugiati e i migranti. Bene, ma poi? Un conto sono le promesse, un'altra cosa è la realtà. L’Africa va ascoltata e i suoi bisogni presi seriamente in considerazione, non a colpi di annunci. E’ altresì necessario adottare delle leggi che proteggono davvero i migranti, altrimenti non faremo altro che alimentare la xenofobia e nuovi conflitti o tensioni a livello internazionale.”

Da allora, purtroppo, non riusciamo ancora a dare seguito concreto al “G5 Sahel”.

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