Il Presidente del Consiglio Gentiloni con il Presidente francese Macron e la Cancelliera tedesca Merkel

Finanziamento raggiunto

La UE adotta il G5 Sahel
di Giorgio Castore

Venerdì 23 febbraio scorso l’Unione Europea ha mosso un altro passo avanti nel sostegno al G5 Sahel che possiamo indicare in 414 milioni di euro per il sostegno alla forza di sicurezza comune e per il coordinamento degli sforzi di sviluppo sostenibile nella regione.

Questi gli attori principali che stanno operando in coordinamento con le Nazioni Unite e l’Unione Africana. I cinque paesi che hanno deciso di imbarcarsi nell’operazione col nome di G5 Sahel sono Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania, Niger.

La strategia multilaterale seguita su questa iniziativa non esclude altre iniziative bilaterali tra singoli paesi, come, ad esempio, nel caso di Niger ed Italia.

A conclusione del vertice, il Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, ha dichiarato: "L'instabilità ha molti fattori, quindi la nostra risposta deve essere collegata e ambiziosa: sicurezza e sviluppo devono andare di pari passo”.

I benefici attesi dagli investimenti decisi nel vertice del 23 scorso riguardano in primo luogo il rafforzamento politico della regione: basti pensare al processo di pace in Mali non ancora completato. Il giorno prima del vertice, una équipe di giornalisti ha intervistato Ibrahim Boubacar Keïta, il Presidente del Mali, titolando l’articolo: “Non negozieremo con i Jiadisti”, con chiaro ed esplicito riferimento alle difficoltà di governo del suo paese, senza rispondere alla domanda sulla sua eventuale candidatura per un secondo mandato presidenziale.

Nella lotta al terrorismo l’intervento dell’Unione Europea con il raddoppio dello stanziamento, inizialmente deciso in 50 milioni di euro ed ora portato a 100 milioni, mira ad irrobustire la sicurezza regionale più specificamente nella lotta al terrorismo, dando una risposta concreta agli elevati rischi che corrono i tutori dell’ordine in prima fila.

Infine, nel periodo di bilancio che va dal 2014 al 2020 l’UE, con 8 miliardi di aiuti, è diventata il principale donatore dei paesi del G5 Sahel, candidandosi a fornire aiuti più rapidamente ed in modo più efficace, coordinando le iniziative di tutti i partner della comunità internazionale.

Tutti d’accordo, dunque?

Non proprio tutti.

Ad esprimere dubbi sulla strategia dell’“Aiutiamoli a casa loro” voci dissenzienti provengono, strano a dirsi, proprio dal mondo degli operatori delle ONG (Organizzazioni Non Governative).

«L’assunto di partenza è “più cooperazione, meno migrazioni”, un credo che sta alla base di molte decisioni europee e di strumenti di cooperazione messi in campo dal vertice de La Valletta in poi (in primis il Fondo Fiduciario per l’Africa). A mettere in discussione la ricetta della UE è uno studio pubblicato recentemente dal Centre for Global Development, referenziato think-tank londinese, nel quale si sostiene che l’utilizzo dell’aiuto allo sviluppo per convincere le persone a rimanere nel loro paese di origine sarebbe inefficace o addirittura controproducente.»

«Secondo quanto pubblicato su Info-cooperazione.it, il blog degli operatori della cooperazione internazionale, a sostenerlo sono i due economisti dello sviluppo Michael Clemens e Hannah Postel che hanno curato il report dal titolo “Deterring Emigration with Foreign Aid: An Overview of Evidence from Low-Income Countries”. Il documento vuole ribaltare il presupposto fondamentale di molta politica di assistenza dell’UE, sostenendo che “lo sviluppo economico nei paesi a basso reddito aumenta generalmente la migrazione”.»

«Secondo gli estensori “una maggiore occupazione giovanile può scoraggiare la migrazione a breve termine solo nei paesi che rimangono poveri”. Nei paesi che attraversano una fase di sviluppo sostenuto le dinamiche sono molto diverse e la crescita economica può invece favorire l’emigrazione. Contrariamente all’effetto a breve termine della diminuzione della disoccupazione giovanile nei paesi più poveri, l’impatto a lungo termine che incoraggia la migrazione può durare per generazioni, con le pressioni che contribuiscono alla migrazione che cominciano a calare mentre i paesi si sviluppano oltre il livello di reddito medio.»

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