Barricades and fires: The protesters were trying by all means to prevent the police from breaking through them (Creative Commons Attribution 2.0 Generic)

Disoccupazione giovanile e inflazione, le cause delle proteste

Tunisia: le giornate della collera
di Diego Grazioli

Oltre 1000 persone arrestate, decine di feriti tra manifestanti e forze dell'ordine ed almeno una vittima. Questo il bilancio dell'ondata di proteste che da oltre 20 giorni sta mettendo a ferro e fuoco la Tunisia. La contestazione è cominciata all'inizio di gennaio per poi deflagrare il 14, data simbolo per il paese nordafricano, che, proprio in quel giorno di sette anni fa, ha visto esautorare il Presidente Ben Ali, travolto dalla rabbia popolare dopo anni di malgoverno e corruzione.

Era l'inizio della Rivoluzione dei Gelsomini, la prima delle grandi rivolte che hanno cambiato definitivamente il mondo arabo, disarcionando dittatori ed obbligando decine di paesi a varare riforme ed aprire una nuova stagione democratica. Poi sappiamo com'è andata. Regimi militari abbattuti e poi di nuovo tornati al potere, vedi l'Egitto, guerre civili ancora in corso, vedi la Siria, paesi precipitati nell'anarchia dove regna la legge del più forte, vedi la Libia, elargizioni di denaro pubblico per sedare le proteste, vedi gli Stati del Golfo. Sembrava diverso invece il caso della Tunisia, almeno fino a pochi giorni fa.

Il più piccolo dei paesi nordafricani era effettivamente riuscito a varare delle riforme sociali, ampliando gli spazi democratici per gran parte della popolazione rimasta esclusa per anni dalla gestione della cosa pubblica. Meno bene però è andata sul fronte economico. La prima entrata dello Stato infatti è da sempre connessa al turismo che, a causa degli attacchi terroristici susseguitisi in questi anni, ha visto crollare il numero di visitatori. Sta di fatto che la disoccupazione giovanile ha superato il 30% e l'inflazione è arrivata al 6,4%.Numeri che tradotti nella vita di tutti i giorni di un tunisino medio vogliono dire aumento dei prezzi e nessuno sbocco lavorativo. Un cocktail esplosivo che ha fatto scendere in piazza migliaia di persone a Tunisi e soprattutto nelle città minori dell'interno del paese, dove da sempre le condizioni di vita sono più dure.

Difficile per il governo, formato da una coalizione che comprende il partito conservatore laico Nidaa Tounes ed il partito islamista Ennahda, dare delle risposte immediate e concrete. Nelle ultime ore comunque l'esecutivo ha varato delle misure a favore delle classi più povere che prevedono un aumento del reddito minimo, la gratuità delle cure per i disoccupati, l'istituzione di un fondo di garanzia per prestiti e agevolazioni per l'acquisto della prima casa. Un pacchetto di finanziamenti che comunque avrà bisogno di risorse e tempo per riverberarsi nelle condizioni di vita della popolazione. Anche perché la maggior parte dei fondi destinati a queste misure anti crisi arrivano da prestiti internazionali del Fondo Monetario e della Banca Mondiale che, come consuetudine, hanno chiesto in cambio drastiche misure di contenimento della spesa pubblica. Politiche di austerity che però potrebbero essere momentaneamente accantonate, a causa della posizione strategica della Tunisia nella lotta al terrorismo e nella questione migranti.

Recentemente il parlamento italiano, approvando il rinnovo delle missioni militari all'estero, ha stanziato dei fondi per consolidare la presenza di un contingente di nostri soldati in Tunisia, paese che peraltro potrebbe ospitare a breve anche un quartier generale della NATO. Le ragioni geopolitiche avranno dunque la meglio sui diktat dell'establishment finanziario, perché la porta dell'Africa in Europa è troppo importante per il futuro dell'Europa stessa. 

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