Fayez al- Sarraj e il segretario di stato USA Rex Tillerson all’incontro a Washington il 1° dicembre 2017, foto Dipartimento di Stato USA, Creative Commons

Soluzioni: difficili da costruire, facili da distruggere

Migranti: una pezza a colore
di Giorgio Castore

Secondo un dispaccio di agenzia, “Al-Sarraj si è incontrato lo scorso 1° dicembre con il presidente degli Stati Uniti d'America, Donald Trump, a Washington”.

In sintesi, i contenuti dell’incontro hanno toccato la lotta al terrorismo in Libia, paese nel quale Al-Sarraj assolve alla funzione di capo del GNA [Government National Accord], la necessità di pervenire ad un’unica istituzione militare di difesa [è nota la posizione di dissenso del generale Haftar, leader di forze armate della Cirenaica], il desiderio libico di sviluppare una cooperazione economica bilaterale.

Insomma, si è trattato, col permesso dei lettori per la scarsa finezza del commento, di “una pezza a colore”, utile a manifestare alla comunità internazionale non la soluzione di un problema, bensì a riconoscere al potente sovrano fiducia e, per questo, sottomissione.

Il panorama internazionale, infatti, presentava e continua a presentare una grande quantità di problemi, molti dei quali riconducibili a strategie di soluzioni coerenti con essi.

Alla data dell’incontro eravamo a meno di 15 giorni dalla decisione assunta dal Consiglio di Sicurezza, che aveva approvato all’unanimità la Risoluzione 2388, sulla condanna al traffico di esseri umani, ed a meno di due giorni dalla conclusione del vertice in cui ONU, Unione Europea, Unione Africana, riunitesi ad Abidjan hanno affrontato il tema delle migrazioni che dall’Africa raggiungono l’Europa, navigando il Mediterraneo.

Un vertice con un titolo ambizioso "Investire nei giovani per un futuro sostenibile" ed una partecipazione di alto rango, con i leader UE al completo, hanno posto anche l’accento dovuto sulla volontà di inviare un segnale anche a colossi, come Russia e Cina che aspirano a ritagliarsi un adeguato spazio di influenza.

A caricare adeguatamente il significato dell’impegno assunto nel vertice che lega Unione Europea ed Unione Africana ci aveva pensato la proposta di lancio della task force tra UE, UA ed ONU, sull’onda dello scioccante reportage della CNN sulle condizioni dei lager, specialmente libici, in cui vengono ristretti gli aspiranti migranti.

«Esprimiamo il nostro forte impegno politico per affrontare le cause profonde del fenomeno», si legge in una delle ultime bozze del testo, che auspica uno spirito di «responsabilità condivisa» e sottolinea l'importanza di «rispettare e applicare in pieno il diritto internazionale per quanto riguarda il ritorno e la riammissione dei nostri cittadini».

Non si tratta soltanto di azioni di polizia per smantellare le reti criminali e dei trafficanti, ma anche e soprattutto di creare le condizioni per offrire opportunità di sviluppo e di stabilità nei paesi d’origine e di transito, incidendo sulle cause profonde delle migrazioni.

Un deciso passo iniziale per garantire la sicurezza degli operatori dell’Alto commissariato dell’ONU per i rifugiati è oggi indispensabile. E’ indispensabile garantirli nella loro l’opera, perché oggi sono costretti ad operare dalla Tunisia a causa delle condizioni di rischio che ancora oggi il Governo libico non è in condizioni di contrastare, e così potere intervenire nei lager in cui sono detenuti i migranti provenienti dalle rotte del Sahel.

Tutto questo e molto altro ancora rischia di essere vanificato dall’ultima decisione del Comandante in Capo delle forze armate statunitensi: il ritiro USA dalle decisioni assunte in sede multilaterale sul tema dei migranti in condizioni di conflitto.

In un dispaccio ANSA del 30 novembre rilasciato dalla Casa Bianca si legge: “Il presidente non vede l'ora di discutere i rapporti bilaterali tra Usa e Libia e di riaffermare il sostegno degli Stati Uniti al governo dell'accordo nazionale [CNA], nonché di impegnarsi ad aiutare il popolo libico a realizzare un futuro più stabile, unito e prospero".

Pur riconoscendo, come più volte dichiarato da Trump, di sostenere l’importanza del ruolo dell’Italia per la soluzione del problema “Libia”, appare evidente che le modalità per la sua soluzione passano anche attraverso un accordo tra i detentori del potere in Libia a vario titolo, e, tra questi, non ultimi Russia, Francia, Egitto, per finire a Tobruk.

E’ lecito dunque chiedersi: stante l’abbandono da parte di Trump delle iniziative in ambito multilaterale, senza grande preoccupazione per le relative ricadute sui paesi alleati, se si dovesse giungere al “si salvi chi può” dove gli USA troveranno alleati per contrastare condotte ad alto rischio in caso di conflitti?

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