Vladimir Putin con Presidente dell’Iran Hassan Rouhani (sinistra), e il Presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan. Photo: TASS, Creative Commons

La situazione siriana va complicandosi

Siria: un futuro difficile
di Diego Grazioli

Uscita momentaneamente dai grandi riflettori mediatici internazionali, la guerra civile siriana è tornata prepotentemente alla ribalta con il blitz delle forze aeree israeliane che ha distrutto un complesso militare in costruzione a sud di Damasco. La struttura avrebbe dovuto ospitare un contingente di soldati iraniani, sempre più protagonisti delle drammatiche vicissitudini che insanguinano da anni il paese levantino. Un affronto diretto alla sicurezza d'Israele, secondo Tel Aviv, che ha così innalzato il livello di scontro con Teheran dopo gli ammonimenti diplomatici degli ultimi mesi.

L'obiettivo del governo Netanyahu è quello d'impedire la costruzione di un corridoio diretto che colleghi l'Iran alle sponde orientali del Mediterraneo, in virtù dell'appoggio del regime degli ayatollah alle milizie Hezbollah, padroni del sud del Libano. Una strategia che ha avuto il via libera di Washington, che in Siria ha diverse unità speciali  impegnate a supporto delle formazioni combattenti curde, uscite vincitrici dalla battaglia per la riconquista di Raqqa, strappata agli uomini del Califfato dopo feroci combattimenti.

L'altro tassello che ha riportato la Siria in cima all'agenda delle grandi potenze è la dichiarazione del Presidente russo Vladimir Putin, a margine del vertice di Sochi con i suoi omologhi Erdogan, Rouhani e Bashar al Assad, d'ipotizzare un ritiro a breve della maggior parte del militari russi ancora impegnati in Siria. Una volontà dettata dall'approssimarsi delle prossime elezioni presidenziali di marzo, anche se il leader del Cremlino non ha ancora esplicitato con chiarezza la propria volontà di scendere in campo per l'ennesima volta.

L'obiettivo di Putin è quello d'impedire al suo paese d'impantanarsi nel crogiolo di fuoco della guerra siriana a tempo indeterminato, evitando così gli errori commessi da Washington nel conflitto iracheno dopo l'abbattimento di Saddam Hussein. Per uscire onorevolmente di scena, il leader del Cremlino, sarebbe disposto a concessioni territoriali, obbligando il Presidente Assad ad accettare una soluzione politica per la Siria sul modello federale, con il regime padrone della parte occidentale del paese e della costa mediterranea, lasciando il campo invece a nord alle forze filo turche ed ad est a quelle curde. Una spartizione "de facto" che rispecchierebbe i rapporti di forza instauratisi sul campo dopo sei anni di guerra civile. In nome di questo progetto, Putin avrebbe addirittura accarezzato l'idea di sacrificare il Presidente Assad, a patto che sullo scranno più alto di Damasco salga un componente della famiglia alauita che gli garantirebbe la gestione della strategica base navale di Tartus, unico sbocco russo nel Mediterraneo. Un'operazione che renderebbe più morbida la posizione statunitense, indisponibile ad ogni trattativa con il leader di Damasco, troppo compromesso nei massacri che hanno insanguinato la Siria in questi anni.

Il vero ostacolo alla linea dettata dal Cremlino però è rappresentato da Teheran che in Assad vede l'unico garante dei propri interessi nel territorio siriano. Una partita complicatissima dunque, che vede in gioco i futuri assetti del Medio Oriente e che da qualche tempo ha nel nuovo padrone di Riyad, il principe ereditario Mohamed Bin Salman un determinato protagonista, intenzionato a fermare l'influenza iraniana a tutti i costi, anche accordandosi strategicamente con Israele.

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