Padiglione del COP23 a Bonn, 17 nov 2017, foto tratta dal sito di UNFCCC

La conferenza sul clima COP23: intervista ad Ayman Cherkaoui

Il clima di Bonn nell’era Trump
di Massimo Predieri

Da 23 anni procede con snervante lentezza quello che può essere considerato il più grande negoziato della storia umana: la conferenza sui cambiamenti climatici, detto COP (United Nations Climate Change Conference of the Parties). I 197 paesi aderenti hanno inviato i loro delegati al COP23 che si è tenuto a Bonn dal 6 al 17 novembre, il primo nell’era di Trump, uno dei più importanti negazionisti del cambiamento climatico.

La posizione dichiaratamente ostile di Trump agli accordi sul clima di Parigi ha provocato l’iniziativa dei governatori e dei sindaci americani, che con lo slogan #WeAreStillIn si sono uniti alle aziende americane che sfidano la decisione di abbandonare l’accordo sul clima.

A Bonn si è discusso tra l’altro degli aspetti finanziari connessi alle misure necessarie per ridurre le emissioni di CO2, il gas serra che viene considerato il maggiore colpevole del riscaldamento globale. Sono stati annunciati nuovi fondi per sostenere i paesi più poveri e i più vulnerabili, la cui situazione è stata evidenziata dagli eventi climatici estremi di quest'anno. L’Italia ha annunciato di essere pronta a sostenere con ulteriori 7 milioni di euro il Fondo per l'adattamento nei paesi in via di sviluppo più danneggiati dai cambiamenti climatici. Con il contributo della Germania di 50 milioni di euro, il fondo ha superato di 17 milioni l’obiettivo che si era posto per il 2017.

Al termine del convegno di Bonn la Rivista Italiani ha sentito Ayman Cherkaoui, consulente particolare della Presidenza COP22 e consulente capo per il cambiamento climatico del CISDL (Centro di diritto internazionale dello sviluppo sostenibile). Cherkaoui, che ha partecipato a Bonn agli incontri del COP23, è stato nel team di esperti del RomeSymposium 2017 sul Cambiamento Climatico che si è svolto su iniziativa della Fondazione Italiani a maggio del 2017.
Ayman Cherkaoui, Graeme Maxton e Georgios Kostakos al RomeSymposium 2017

Foto: Ayman Cherkaoui, Graeme Maxton e Georgios Kostakos al RomeSymposium 2017

Ayman Cherkaoui, qual è stato il principale risultato della COP 23 a Bonn?
Penso che il risultato più importante siano i progressi fatti dall’accordo di Parigi, anche se sono un po’ preoccupato perché non stiamo avanzando abbastanza velocemente. Abbiamo un termine importante per l’anno prossimo e dobbiamo accelerare. Per capire meglio i risultati consiglio di leggere la Decision 1/CP23, che riassume le decisioni più importanti prese a Bonn. Di particolare importanza è stato il risalto dato alle implementazioni Pre-2020, in cui il Marocco ha giocato un ruolo centrale grazie alla collaborazione con le Fiji, che come organizzatore del COP23 ci ha incaricato di convocare le parti per prendere una decisione. Una decisione che considero buona, forte, ci saranno degli sviluppi importanti nel 2018 e nel 2019 per verificare l’avanzamento degli obiettivi del 2020.

Il continente africano sta acquisendo influenza nei processi decisionali del cambiamento climatico?
Ne sono fortemente convinto.  Posso farvi due esempi. Il gruppo dei negoziatori africani sta spingendo per aumentare il finanziamento ai paesi in via di sviluppo, e ha avuto successo, per esempio con l’incremento del Fondo di Adattamento. Sono stati fatti anche dei progressi sull’articolo 95 dell’accordo di Parigi grazie alle pressioni del gruppo africano. Tra l’altro, il gruppo africano nomina in rotazione un presidente ogni due anni, quest’anno c’erano due candidati, uno dall’Egitto, l’altro dal Marocco. Io ero il candidato marocchino, ma alla fine è stato scelto il candidato egiziano.

Le discussioni della COP23 a Bonn hanno riguardato sia le politiche governative, sia i problemi di finanziamento. Quale dei due aspetti è più importante?
C’è anche un terzo elemento, il ruolo degli attori non governativi. Non si tratta solo dei governi o dei finanziamenti ai paesi in via di sviluppo, ma è anche molto importante quello che succede su iniziativa delle città, delle regioni, delle aziende. Alla fine i governi possono definire la politica, ma coloro che mettono in atto il cambiamento sono gli attori non governativi. Si è visto in maniera evidente già alla COP22 in Marocco, dove è stata proclamata la Partnership di Marrakech. Nella  COP23 è stato pubblicato il primo Annuario (Yearbook) della Partneship di Marrakech, che riepiloga le azioni degli attori non governativi. Nell’Annuario ci sono tre fatti che mi piace evidenziare. Il primo: tre quarti delle iniziative e coalizioni formatesi alla COP22 hanno nel frattempo lanciato nuove iniziative, un segno di grade attività. Il secondo: metà del percorso per contenere il riscaldamento sotto i due gradi concordati a Parigi può essere raggiunto grazie al contributo degli attori non governativi. Da soli possono ottenere metà dell’obiettivo. Il terzo elemento chiave riferito nell’Annuario è il sud, che sta facendo sempre di più per quanto riguarda gli attori non governativi. Normalmente quando si parla di ONG, sono prevalentemente del nord. Ma sempre di più si notano città e ONG del sud che si danno da fare. Quando parlo del sud, intendo il sud di tutto il mondo.

Grazie Ayman Chekaoui per questo resoconto di prima mano dalla COP23 di Bonn.

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