Selimiye Mosque - Edirne - Mimar Sinan By Ahmet Baris ISITAN - Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16342129

Arabia Saudita: la notte dei lunghi coltelli
di Diego Grazioli

L'ondata di arresti eccellenti voluta dalla casa reale saudita è destinata a plasmare gli assetti del Medio Oriente in maniera profonda e duratura. Nella notte di sabato scorso sono finite in stato di fermo personalità di primissimo piano del potere saudita, a cominciare dal principe Waleed Bin Talal, uno degli uomini più ricchi del mondo, nipote dello stesso Re Salman, salito al potere nel 2015.
A scatenare questa resa dei conti, dagli effetti ancora imponderabili, il figlio ed erede al trono del Monarca, il trentaduenne principe Mohammed Bin Salman, ambiziosissimo leader della fazione riformista del potere di Ryad. Un'ambizione che si era già manifestata in politica estera.
La crisi della scorsa estate con il vicino Qatar infatti sarebbe stata orchestrata proprio da MBS, così come l'escalation delle ultime settimane della guerra in Yemen contro i ribelli Houthi.
Anche sul fronte religioso il nuovo corso di Ryad si era fatto sentire con l'arresto all'inizio di settembre di una decina di predicatori legati alla fazione più estremista del clero wahabbita. Ma è la retata di personaggi di primissimo piano dello scorso weekend a rappresentare uno spartiacque dagli effetti dirompenti. Oltre al già citato Waleed Bin Talal, ad essere portati nelle prigioni del paese, ci sono 10 principi, 4 ministri ed almeno 40 dignitari di alto rango, anche se più che di prigioni si potrebbe parlare di detenzione dorata, visto che i fermati sono stati collocati in un'ala dell'Hotel Ritz Carlton di Ryad, dotata di tutte le comodità.
Per tutti l'accusa è di corruzione, ma è chiaro che la volontà dell'erede al trono, è quella di liberare il campo da pericolosi rivali per la sua ascesa alla successione di Re Salman, in precarie condizioni di salute e per questo destinato presto ad abdicare.
Nella lista dei potenti finiti in carcere l'altro nome eccellente è quello di Mutaib Bin Abdallah, capo della guardia nazionale e figlio dell'ex Re Abd Allah morto nel 2015. Proprio questo principe, in virtù del suo lignaggio e del controllo sulle truppe d'élite del paese, rappresentava il personaggio più pericoloso per il disegno strategico di Mohammed Bin Salman.
Ora che il blitz è stato concluso non mancheranno sviluppi interni, in una monarchia come quella saudita da sempre impermeabile a bruschi cambiamenti di rotta. Per ora le reazioni internazionali sono improntate sull'estrema cautela anche se il Presidente statunitense Donald Trump, a poche ore dalla retata di sabato, ha telefonato al figlio del Re per esprimergli "i complimenti per gli sforzi anti corruzione". Un atteggiamento quello di Washington che ha colpito i maggiori esperti di questioni mediorientali, visto gli ottimi rapporti, soprattutto di natura economica, che in passato hanno contraddistinto le relazioni tra il tycoon di New York e il principe Waleed Bin Talal.
Un altro effetto collaterale della "rivoluzione" saudita è il passo indietro annunciato dal Primo Ministro libanese Saad Hariri, legato alla vecchia guardia di Ryad, mentre da Israele il Premier Netanyahu ha usato parole di soddisfazione che potrebbero far presagire una coesione maggiore tra lo Stato Ebraico e l'Arabia Saudita nello scontro con Teheran e più in generale nella strategia di contenimento delle ambizioni sciite nella regione.

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