President Barack Obama chairs a United Nations Security Council meeting By White House (Pete Souza) / Maison Blanche (Pete Souza) - The Official White House Photostream [1], Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8804907

Siria modello esportazione

Si candida il Grande Sahel
di Giorgio Castore

Apparentemente negli ultimi giorni non vi sono state novità significative nella lotta al terrore, salvo il licenziamento del Capo della Polizia e dei Servizi Segreti somali, avvenuto dopo la conclusione dell’attacco che ha provocato la morte di 23 persone, avvenuto alla fine della settimana scorsa a Mogadiscio.
Al-Shabaab, il gruppo islamico del terrore che opera nell’Africa orientale, non ha tardato nel rivendicarne la paternità, dopo l’ultimo eccidio costato la vita a 350 persone solo due settimane or sono, frutto di un massiccio bombardamento su una strada molto trafficata di Mogadiscio.
Mentre Raqqa festeggia il primo matrimonio celebrato dopo la sconfitta dell’Isis ci si comincia chiedere come fronteggiare l’esodo dei suoi miliziani e, soprattutto quali possano essere le iniziative di riaggregazione dei miliziani sbandati.
I fronti di riaggregazione possono essere numerosi: uno di quelli possibili riguarda certamente il Sahel che continua a registrare ancora un ritardo nella strategia dei paesi che aderiscono al “G5 Sahel”, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad, dovuto a problemi di copertura finanziaria in sede ONU, ma non solo.
Il 4 ottobre scorso il Niger ha dovuto fare i conti con un duro attacco terroristico costato la vita a quattro militari USA e cinque militari nigerini che continua a lasciare senza risposta numerosi interrogativi: tra gli altri quello sul ruolo che avevano i militari USA su un fronte e, sul versante opposto, su Adnan Abu Walid al-Sahrawi, leader degli attaccanti che avrebbero condotto l’attacco come gruppo islamico del Grande Sahara (IsGS).
Secondo Conor Gaffey, al-Sahrawi sarebbe stato il portavoce del Movimento per L’Unità e la Jihad in Africa Occidentale, uno dei gruppi militanti coinvolti nella rivolta di Al-Qaeda nel Mali settentrionale nel 2012.
Al di là delle diverse ipotesi che i numerosi think tank studiano, uno degli elementi che stupisce in questa vicenda è il ruolo che svolgono in Africa le forze armate americane, accreditate di 6mila soldati che vi operano, con almeno 800 in Niger, Paese col quale l’Italia, tra gli altri, sta stringendo accordi nell’ambito del controllo dei flussi dei migranti.
Vale la pena ricordare che nei primi mesi dell’incarico a Trump i rapporti USA – Africa erano basati sulla progressiva abolizione del multilateralismo per lasciare spazio allo sviluppo di quelli bilaterali con quei pochissimi paesi che possono permettersi acquisti di armi made in USA su larga scala.
L’oggi ci trova a dover fare i conti con una politica estera che deve affannarsi ad intercettare i foreign fighters espulsi dal teatro mediorientale per impedire che se ne ricostituisca una struttura nei paesi a ridosso del Mediterraneo.
Ma l’impressione che si ricava è quella dell’assenza di una strategia coordinata che sostenga gli sforzi compiuti finora nelle diverse sedi delle iniziative a sostegno del multilateralismo, presupposto che si ritiene indispensabile per fronteggiare il propagarsi delle iniziative di sostegno al terrore.
La conclusione della guerra in Siria si presenta oggi come un regolamento di conti volto a modificare la geografia del medio oriente al prezzo di morti e sfollati in un numero da affidare alle Organizzazioni internazionali a ciò deputate. Ai nostri governanti il compito di evitare di ripeterne l’esperienza nel Nord Africa: costerebbe cara ai nostri figli.

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