Su questo graffito del muro di Berlino ci sono Brežnev ed H00onecker che si baciano. La frase in alto in cirillico dice: "Signore! Aiutami a sopravvivere a questo amore letale"  (photo by Dmitry Vrubel, 1989 )

La Cia e il Kgb si sono combattute anche con gli intellettuali

Usa-Urss e la guerra culturale
di Antonello Cannarozzo

Parlare oggi di ‘Guerra fredda’, di ‘Cortina di ferro’ o del ‘Patto di Varsavia’ anche per chi le ha vissute, sembrano cose vecchissime, fuori dal tempo.
Eppure, appena, trent’anni fa era il problema numero uno di ogni Cancelleria, sia occidentale che orientale.
Tra i due blocchi si combatteva una guerra cruenta senza esclusione di colpi. Un’atmosfera raccontata perfettamente nei romanzi di John Le Carrè, ma era la realtà quotidiana.
Sappiamo, infatti, di attentati, di morti sospette, di scomparse misteriose, proliferazioni di armi nucleari, ma la guerra della carta stampata, o meglio della cultura in genere, è sicuramente meno conosciuta, ma non per questo meno intrigante.
Mosca mandava milioni di rubli in giro per il mondo per aiutare i ‘partiti fratelli’ i quali usavano questa montagna di soldi non solo per foraggiare gli apparati di partito, ma parallelamente per creare quella società culturale con la quale si poteva vincere almeno la guerra ideologica.
Antonio Gramsci aveva già teorizzato, già agli inizi del secolo scorso, l’importanza della cultura affermando che se i proletari aspiravano a prendere il potere bisognava togliere alla borghesia la sua egemonia culturale e, dunque, impadronirsi della cultura era il primo compito di ogni rivoluzionario.
Per questo, oggi come allora, la sinistra, un tempo il comunismo, ha visto negli intellettuali, o pseudo tali, i porta bandiera di una avanguardia proletaria in marcia alla conquista del potere certo per convinzione, ma spesso anche per convenienza.
Come si sa in guerra non si guarda troppo per il sottile: l’importante è ottenere sempre risultati tangibili contro il nemico.
Fare l’elenco di coloro che si schierano in più occasioni sotto la falce e martello non basterebbe un intero volume, ma dalla parte opposta pochi sanno che anche le forze del cosiddetto ‘Mondo libero ’, al di qua della Cortina di ferro, avevano le loro strategie per ostacolare la marcia del comunismo.
Una specie di piano Marshall della cultura, anche se, visti i risultati e lo sforzo enorme con fiumi di dollari, non portò agli stessi risultai degli avversari, spesso gli stessi intellettuali, solamente se scoperti a prendere dollari per le loro iniziative, si vergognavano di questo e parlavano subito dell’inganno anti-comunista.
Un caso famoso in proposito riguarda lo scrittore e uomo politico Secondo Tranquilli più conosciuto certamente con il suo pseudonimo: quello di Ignazio Silone.
Abruzzese, di famiglia socialista, aderì giovanissimo al nascente Partito comunista italiano durante la scissione di Livorno del 1921.
La sua fu una militanza assai movimentata: uscito ben presto dal Partito entrò in quello socialista che gli permise alla fine del ventennio fascista di entrare nella Costituente della nascente repubblica Italiana.
Autore di grandi romanzi tra cui Fontamara, nel dopoguerra con altri socialisti, ma anti comunisti, dette vita ad alcune riviste tra cui la più celebre nel 1956 fu certamente ‘Tempo Presente’ con la famosa intestazione: “Noi non abbiamo nessuna ideologia o linea da proporre”.
In realtà l’iniziativa era una creatura del Ccf (Congress for Cultural Freedom) per la libertà culturale, nata pochi anni prima a Berlino ed era la divisione intellettuale dell’organizzazione spionistica statunitense, la famosissima Cia, che pensava di poter vincere la competizione con i russi con una battaglia culturale, ma l’egemonia comunista in questo campo era assai più forte e consolidata.
‘Tempo presente’ era un giornale di nicchia, modesto nella diffusione, ma ciononostante aveva collaboratori di grande prestigio anche internazionale.
Solo per fare alcuni esempi: Albert Camus, Leonardo Sciascia, Alberto Moravia, e poi articoli di Isaiah Berlin, Gustaw Herling per arrivare a Sergio Quinzio, a Jorge Borges o a Boris Pasternak, insomma editori più grandi avrebbero fatto pazzie anche solo per la metà di loro eppure scelsero invece la piccola testata di ‘Tempo presente’, almeno fino al 1967 quando scoppiò il caso, dopo un inchiesta giornalistica, dei finanziamenti alla rivista da parte di agenzie legate alla Cia.
A quel punto Silone sconcertato da questa notizia si dimise e senza di lui finì anche l’esperienza della rivista.
Che non sapesse da dove venissero i soldi, non certo dalle vendite, non fu mai accettato dai suoi vecchi compagni comunisti che lo indicarono addirittura come una spia degli odiati ‘yankee’.
Ma questo è solo un esempio, per comprendere come si combatté questa guerra scopriamo, grazie anche ad una serie di studi assai approfonditi di ricercatori come Giles Scott-Smith e Charlotte Lerg che hanno catalogato tutte le riviste del Congress for Cultural Freedom nel mondo Occidentale, trovando un mondo assai controverso e senza scrupoli.
Per non dare adito a facili strumentalizzazioni spesso le riviste avevano tra i loro collaboratori voci non proprio a ‘Stelle e strisce’.
La rivista francese Preuves, ad esempio, fu una roccaforte anticomunista con collaboratori del calibro di Hannah Arendt, Eugène Ionesco, Jean Starobinski, ma pubblicò anche Pablo Neruda e tenne a battesimo il romanzo Cent' anni di solitudine di García Márquez, insomma, non proprio dei filo capitalisti.
Lo stesso sistema fu seguito per riviste come la spagnola Cuadernos o l’australiana Quadrant, l’austiaca Forum ed ancora, tra gli anni '50 e '60, tramite una vasta operazione la Ccf sovvenzionò riviste in Giappone, in Libano, in India, in Svezia e nelle Filippine e addirittura in Uganda con ‘Transition Magazine’ sulla scia della decolonizzazione in atto in quegli anni in Africa.
Ma nella vita tutto passa.
Finita la ‘Guerra fredda’ con la caduta del muro finirono anche tante iniziative anti comuniste: da Radio Europa libera alla Chiesa del Silenzio, fino alle agenzie che aiutavano coloro che volevano scappare in Occidente ed in questo smantellamento finirono anche tante riviste che avevano foraggiato comunisti e anticomunisti, ma ormai i tempi erano cambiati e l’alta finanza avrebbe sostituito gli intellettuali di oggi e di ieri.
Peccato, perché nonostante tutto, questa “guerra di carta” ha avuto il merito, se non altro, di entusiasmare e promuovere le intelligenze contro il piattume a cui assistiamo oggi un po’ in tutto il mondo, ma non so quanto libero.

Stampa

Italian Media s.r.l. - via del Babuino 107, Roma, c.a.p. 00187, p.IVA 09099241003, edita il settimanale Italiani con registrazione al Tribunale di Roma n. 158/2013 del 25.06.2013 - email: info@italianmedia.eu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.
Questo sito usa i cookie per migliorare la tua esperienza d'uso e usa cookie di terze parti. Proseguendo nella navigazione si presta implicitamente il consenso all’utilizzo di questi strumenti. Si rimanda alla nostra privacy policy per maggiori informazioni e per la possibilità di negare il consenso.