Residui bellici in Libia dopo la rivoluzione, foto Nazioni Unite Iason Foounten, Flickr CC BY-NC-ND 2.0

La parola a Farid Adly, giornalista esperto di vicende mediorientali.

La Libia raccontata da un libico
di Diego Grazioli
Farid Adly, foto autorizzata da Farid Adly

Intervista a Farid Adly, giornalista, scrittore, poeta e soprattutto esperto di questioni libiche. Nato a Bengasi, vive da più di cinquant'anni nel nostro paese. Collabora con il Corriere della Sera, il Manifesto e con Radio Popolare Network. È stato presidente del movimento degli studenti libici in Europa (GULS) e fondatore della rivista Al-Sharara (la Scintilla), specializzata in vicende mediorientali. Abbiamo incontrato Adly a margine della presentazione del suo ultimo libro, "Capire il Corano" (casa editrice Tam), avvenuta presso la libreria Griot di Roma.

Partiamo dall’attualità: pochi giorni fa il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, è stato ricevuto a Roma dal Ministro dell’Interno Minniti e da quello della Difesa Pinotti. Che ruolo può svolgere l’Italia nel processo di pacificazione in Libia?

L’Italia potrebbe giocare un ruolo importantissimo. Ha avuto il via libera ai tempi dell’amministrazione Obama, nel 2012, per la gestione della sicurezza dei confini meridionali europei e del monitoraggio satellitare, ma poi questa opzione non è stata esercitata per tutta una serie di motivazioni che riguardano la politica interna italiana. Quella era un’occasione esemplare per avere un ruolo importante in un paese che, ricordiamolo, è stato una colonia Italiana. L'Italia poi, grazie ai suoi rapporti commerciali, è stata per anni il primo partner mediterraneo della Libia, e questo significa avere maturato profonde conoscenze della struttura del paese. Tale ruolo può ancora essere esercitato, a condizione che non ci siano contrapposizioni con le altre potenze occidentali o mondiali e venga adottata una posizione neutrale nei rapporti con i diversi attori della scena libica. La Libia attualmente è caratterizzata da una presenza di formazioni terroristiche e milizie armate che hanno impedito che si formasse un esercito nazionale ed una forza di sicurezza dello Stato. Di fatto in Libia al momento ci sono due poteri: questo storicamente è avvenuto a partire dal 2014, quando i Fratelli Musulmani hanno perso la loro quota del 17% delle precedenti elezioni, che era una minoranza determinante, scendendo all’11% e dunque non essendo più una forza indispensabile dal punto di vista della gestione del governo. Per sopperire alla debacle elettorale, gli islamisti hanno capovolto il tavolo della democrazia, scatenando le azioni delle loro milizie e conquistando così la comunità di Tripoli. La realtà libica va guardata in termini critici: è vero che l’Italia ha i suoi principali investimenti nella zona della Tripolitania, ma chi ha una visione strategica dovrebbe pensare che la stabilizzazione della Libia va a favore della conservazione degli interessi italiani.

E’ possibile una ricomposizione tra le due entità più importanti che comandano in Libia in questo momento, ovvero il Governo Nazionale di Al Serraj e il Generale Haftar del Consiglio Nazionale di Transizione?

Le due parti non hanno un equilibrio reale sul campo. Sul terreno le due realtà politiche sono Tobruk, con il Parlamento nazionale libico legittimato dalle elezioni popolari e il governo di Tripoli, che non è in carica perché non ha ottenuto la fiducia del Parlamento, ma che è sostenuto principalmente dall’ONU. Il controllo del territorio è da una parte in mano all’esercito nazionale libico, che è guidato dal Generale Haftar, mentre, dall’altra parte ci sono tutta una serie di milizie che controllano solo l'area di Tripoli e la zona occidentale del paese. Gli ultimi accadimenti hanno dimostrato che il Presidente del Consiglio Al Sarraj non ha il controllo della situazione. Per esempio, a cinquanta chilometri da Tripoli è in corso una lotta per il controllo degli imbarchi verso l’Italia. Una lotta che si è inasprita da quando sono stati forniti dei finanziamenti per fermare le partenze. Soldi che si dice siano arrivati indirettamente dall’Italia, ma questo il governo italiano lo nega, e noi non possiamo sapere esattamente da chi e da dove provengano questi denari. In particolare questi finanziamenti, ceduti ad una delle milizie per bloccare le partenze dei gommoni, hanno creato una guerra nella zona di Sabrata che ha causato almeno 70 morti.

Per quanto riguarda la questione dei flussi diretti in Italia, cosa pensa della strategia di contenimento dei migranti messa a punto dal Ministro dell’Interno Minniti in accordo con i sindaci di alcune delle principali città costiere libiche?

Penso che sia un’azione fortemente pragmatica: il governo di Serraj non ha il controllo del territorio e quindi cerca di arginare questa mancanza d'autorità con accordi con i sindaci delle varie zone della Libia. Questa può essere una soluzione temporanea per spezzare l'economia illegale che gira attorno al traffico di esseri umani e a tutti gli altri tipi di contrabbando; ricordiamo che il deserto libico è il fulcro di diversi commerci illeciti: dalle armi, alle sigarette, al carburante. Questi traffici hanno un bilancio economico che rasenta i 2 miliardi di dollari, una cifra non indifferentemente. Dunque penso che per contrapporre a questa economia illegale un'economia legale bisogna far arrivare finanziamenti, progetti, cosa che i governi che si sono succeduti dalla caduta del regime dittatoriale non hanno mai fatto. La questione è assicurare la continuità di questa strategie, magari con il supporto economico dell’UE, perché credo che l’Italia da sola non abbia la capacità di finanziare progetti simili. L’altra questione è la ricomposizione politica delle fazioni che comandano in Libia. Gli incontri che si sono svolti a Tunisi sulla riconciliazione nazionale hanno prodotto elementi positivi. La questione centrale è il riconoscimento dell’altro: attualmente tutti i libici sono consapevoli che è possibile salvaguardare il paese unito soltanto se ancora c’è un governo unitario ed un esercito nazionale, altrimenti non ci sarà nessuna sicurezza per la popolazione. Ricordiamo che attualmente quasi la metà della popolazione libica vive all’estero, in Tunisia, in Egitto ed in altri paesi del mondo, grazie anche al fatto che finora lo stato ha fornito gli stipendi ai dipendenti pubblici anche se non sono presenti sul posto di lavoro. Questo finanziamento è possibile finché ci saranno riserve valutarie nella Banca Centrale e si continuerà ad esportare il petrolio verso i paesi industrializzati. Ma nel momento in cui crollerà l’esportazione di greggio e finiranno le riserve monetarie non sarà più possibile pagare questi stipendi, e quei 2 milioni e mezzo circa di libici, che vivono dignitosamente perché hanno un flusso di finanziamenti da parte dello stato libico, si trasformeranno immediatamente in profughi/rifugiati, che né Tunisia e né Egitto avranno la possibilità di assorbire e sopportare. Di conseguenza bisogna lavorare presto per una ricomposizione del contenzioso e garantire l’unità del paese, e questo richiede a tutti i partecipanti internazionali un sostegno all’unità dello stato, e non il supporto ad una fazione a discapito dell'altra. Ha fatto bene il ministro Minniti a ricevere il generale Haftar a Roma, perché questo vuol dire intraprendere un'azione che pratichi il riconoscimento di tutti. Attualmente sono gli Islamisti della parte occidentale della Libia che si oppongono a qualsiasi tipo di partecipazione e di riconoscimento del generale Haftar alla guida dell’esercito nazionale libico. Soltanto accettando un simile incarico ad una personalità che ha fatto 30 anni di opposizione al regime dittatoriale e che si è messo a disposizione della rivolta del 2011, salvando una parte della Libia dal terrorismo jihadista, si potrà risolvere la questione libica.

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