Immagine tratta dal rapporto Disaster Alley – breakthruough.org.au

Disaster Alley: La Via del Disastro nel sud-est asiatico

Accelerazione del cambiamento climatico
di Massimo Predieri

Nel 2050, in poco più di trent'anni, una catastrofe immane cancellerà il 90% della popolazione. Dai 9 miliardi di abitanti prospettati sopravvivranno soltanto 500 milioni. E’ quanto afferma il professor Kevin Anderson nell’ipotesi che si raggiunga un riscaldamento globale di 4°C. Non si tratta delle conseguenze di una futura terza guerra mondiale, ma di qualcosa che è già in atto: Il cambiamento climatico.
Questa ipotesi catastrofica viene citata nel rapporto Disaster Alley (La Via del disastro – conflitti e rischi del cambiamento climatico), un pamphlet breve ma molto ben documentato, scritto da Ian Dunlop e David Spratt e appena pubblicato da Breakthrough. Gli autori non sono due pazzi fanatici. Ian Dunlop è l’ex presidente dell’associazione carbonifera australiana, David Spratt un imprenditore esperto di comunicazione e strategia del marketing.
All’inizio di maggio di quest’anno, in occasione del Symposium sul Cambiamento Climatico, Ian Dunlop, ospite della Fondazione Italiani a Roma, è stato intervistato dal nostro Diego Grazioli presso la sede dell’Agenzia Spaziale Europea ESA-ESRIN a Frascati. Nell’intervista, Ian Dunlop fa pacatamente notare che il sud-est asiatico, le Filippine e l’Australia, si trovano nella regione più vulnerabile alle conseguenze del cambiamento climatico, e delle relative minacce sulla sicurezza della gente.



Qual è la più grande minaccia a lungo termine nella regione pacifica? Il cambiamento climatico.” A sostenerlo, anche questa volta, non è un anarchico o un black bloc, ma l’ammiraglio Samuel Locklear, ex comandante del PACOM, il Comando Unificato delle Forze armate degli Stati Uniti responsabile per l'area dell'oceano Pacifico e gran parte dell'oceano Indiano, che dipende dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.

Contrariamente a quanto afferma il fisico Antonino Zichichi in un suo approssimativo articolo pubblicato su Il Giornale, esiste un vasto consenso mondiale sul legame tra attività umane e cambiamento climatico, non solo nella comunità scientifica, ma anche negli alti livelli governativi tra coloro che si occupano della sicurezza militare e civile.

L’analisi dell’agile e ben illustrato rapporto Disaster Alley dei due australiani può essere riassunta così: il cambiamento climatico è un rischio esistenziale che potrebbe porre fine alla civilizzazione umana. I leader mondiali, tuttavia, non riescono a comprenderlo ed affrontarlo a causa di una mancanza di immaginazione, quello stesso fenomeno che ha impedito di affrontare in tempo la grande crisi finanziaria nel 2007, con le drammatiche conseguenze sull’intero sistema finanziario mondiale.
Anche la comunità scientifica ha generalmente sottovalutato l’intensità e il tempismo dell’impatto e dei costi causati dal cambiamento climatico. Sembra che la ricerca sul clima abbia nel passato sofferto di un bias sistemico dovuto ad una reticenza scolastica che ha portato ad una costante sottovalutazione del rischio. Ma qualcosa sta cambiando. E’ soprattutto nell’opinione pubblica che sta aumentando la consapevolezza sui rischi di una catastrofe climatica.
La questione preoccupante è che le conseguenze potrebbero non verificarsi gradualmente, ma causare una instabilità e una catastrofica rottura dei delicati equilibri che regolano l’ambiente in cui viviamo.
Un ulteriore allarme viene dai conflitti armati. Come afferma il generale del Corpo dei Marine e Segretario Della Difesa degli Stati Uniti James Mattis, “il cambiamento climatico sta influenzando la stabilità in aree del mondo dove operano le nostre truppe oggi”.
A fronte di questo complesso e preoccupante quadro, i due autori australiani riepilogano una serie di raccomandazioni:
1) Comprendere i rischi
2) Pianificare le emergenze
3) Decarbonificare rapidamente
4) Creare una finanza resiliente
5) Essere pronti
6) Costruire una leadership adeguata

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