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Turchia: ennesima retata, la caccia al dissenso continua

Il pugno di ferro di Erdogan
di Diego Grazioli

Con l'ennesima retata di arresti avvenuta la scorsa settimana, è salito ad oltre cinquantamila il numero dei cittadini turchi finiti in prigione dalla notte del "golpe" del 15 luglio 2016. Questa volta a varcare la soglia delle famigerate carceri turche sono stati 102 operatori della borsa di Istanbul, accusati di usare un'applicazione che consente di mandare messaggi criptati. Un'accusa che da il senso del clima di paranoia che ormai pervade il gigante anatolico, dove è in corso una caccia al dissenso che mira a cancellare ogni voce critica nei confronti della svolta autoritaria impressa dal presidente Erdogan.
Tra le categorie maggiormente colpite c'è sicuramente quella dei giornalisti, con oltre 150 cronisti finiti dietro le sbarre e decine di testate chiuse o sequestrate. Ultimo di questa lista è stato il direttore della versione online del quotidiano Cumhuryiet Oguz Guven, che così ha raggiunto il suo omologo della redazione cartacea Murat Sabuncu.
La chiusura di quasi tutti gli organi d'informazione indipendenti ha cancellato la possibilità di monitorare quello che sta accadendo nel sud-est del paese, dove l'esercito turco sta conducendo una guerra senza quartiere e soprattutto senza alcun rispetto per la popolazione civile, contro la minoranza curda. Proprio nei pressi di Dyarbakir, capoluogo di questa regione meridionale ad altissima valenza strategica, visto quello che sta succedendo in Siria ed in Iraq, era stato fermato e poi rilasciato grazie all'intervento della Farnesina, il giornalista lucchese Gabriele Del Grande.
Il pugno di ferro di Erdogan non si è limitato solo al dissenso tradizionale. Dallo scorso 29 aprile infatti, il governo turco ha bloccato l'accesso a tutte le versioni linguistiche di Wikipedia, l'enciclopedia gratuita online accusata di diffondere tramite le proprie pagine la storia dei legami tra i servizi segreti di Ankara ed i gruppi jihadisti che combattono in Siria.
foto2 da Pars Today
È proprio il fronte meridionale a destare le maggiori preoccupazioni ad Erdogan ed al suo governo, soprattutto dopo la decisione del presidente americano Trump di inviare armi ed equipaggiamenti alle formazioni curde che combattono l'ISIS in Siria. Il "sultano" di Ankara infatti ritiene che se l'area del nord-est della Siria diventasse uno stato vero e proprio controllato dai curdi, anche la limitrofa regione meridionale della Turchia possa fare la stessa fine, decretando così la nascita della grande nazione curda. Una catastrofe che obbligherebbe Ankara ad intervenire con ogni mezzo, infiammando ancor di più una regione già dilaniata da devastanti conflitti.
In ultima analisi bisogna chiedersi quello che dovrebbe fare l'Europa per impedire che in un paese ancora formalmente richiedente l'adesione alla grande famiglia dell'Unione avvengano violazioni di tale portata. Crediamo però che fino alle prossime elezioni tedesche, in programma il prossimo autunno, non venga presa nessuna iniziativa seria contro la deriva autoritaria di Erdogan, pena la cancellazione dell'accordo sul contenimento dei migranti siriani, vera arma di ricatto di Ankara nei confronti dei governi europei.

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