foto: Marching band at Arirang Mass Games - North Korea,  fonte: Marching band at Arirang Mass Games - North Korea (Wikimedia Commons)

Un popolo schiavo tra fame e paura

Il bluff della Corea del Nord
di Riccardo Liberati

La Corea del nord è una delle Nazioni più impenetrabili del pianeta. Chiusa in una sorta di cortina di ferro di staliniana memoria, non lascia trapelare nulla dal suo interno e per i suoi abitanti nulla trapela dall’esterno. Internet è di fatto vietato e le trasmissioni televisive e radiofoniche trasmettono soltanto le notizie del regime.
Il suo dittatore, Kim Jong Un, odia gli Stati Uniti e più in generale gli stati capitalisti. Le minacce contro Giappone e Paesi alleati degli USA, si sono trasformate negli ultimi mesi in minacce dirette contro gli Stati Uniti.
La Corea del nord per bocca del suo capo, non si limita a considerare possibile una guerra, ma spaventa il mondo affermando di poter lanciare addirittura un attacco nucleare.
Quanto è realistica una tale minaccia? La nazione di Kim Jong Un possiede l’arma atomica, ma questo basta per considerarla una potenza nucleare?
Soprattutto, il suo disciplinatissimo esercito di un milione di uomini e di circa otto milioni di riservisti è realmente in grado di terrorizzare un avversario come l’America? L’arma atomica, da lungo tempo non è più appannaggio delle superpotenze del calibro di USA e Russia.
Nazioni come il Pakistan, l’India, Israele e non ultima la Cina la possiedono. Il fatto è che avere un’arma nucleare non significa nulla se non si dispone del mezzo necessario a portarla sul bersaglio ed a farla esplodere. Per fare questo esistono due sistemi: il primo è usare un aereo che sganci l’ordigno sull’obiettivo, mentre il secondo implica l’uso di missili balistici. Hiroshima e Nagasaki furono colpite utilizzando un aereo, ma oggi un tale metodo è diventato praticamente obsoleto, in quanto estremamente vulnerabile.
E’ necessario quindi usare missili balistici, ossia missili che lanciati da una piattaforma terrestre o navale, giunti a una certa altezza, esaurito il combustibile, procedono per inerzia cioè in maniera cosiddetta balistica.
Se i calcoli sono corretti e per inciso, non sono per niente facili, il vettore arriva sul bersaglio e la testata nucleare innescata esplode. A questo punto occorre fare due considerazioni: la prima è che la Corea del nord ha fallito alcuni lanci di tali missili, la seconda è che sia gli USA che la Confederazione russa, ma ultimamente anche la Cina, sono dotati di sistemi missilistici in grado di distruggere i vettori balistici prima che giungano a destinazione.
Ovviamente nel caso di un attacco con migliaia di testate nucleari, una tale difesa presenterebbe comunque dei ‘buchi’, ma la Corea, non ha migliaia di missili balistici.
La minaccia di colpire USA e alleati è quindi più che altro un’arma psicologica per dare una dimostrazione di potenza verso gli stati esteri e soprattutto verso il popolo coreano. Oltretutto, in caso di guerra nucleare, i generali di Kim Jong Un sanno benissimo che gli USA sono in grado di trasformare la Corea del nord in cenere radioattiva nel giro di poche ore.
La Cina, storico alleato della Corea comunista e che di fatto la ha armata, ormai resasi conto della imprevedibilità del suo leader, la considera una spina nel fianco e immaginare una Cina che si giochi la sua stessa esistenza per difendere un dittatore agitato dalle idee poco chiare è come pensare che gli USA rischino una guerra con la Russia per difendere il Montenegro.
Quanto è invece reale la minaccia tattica? In caso di guerra convenzionale, l’esercito nord coreano sarebbe in grado di creare seri problemi al tecnologicamente avanzatissimo esercito americano? In teoria, la risposta è si. In pratica però, avere un esercito di milioni di uomini significa anche dover disporre di una industria potentissima in grado di rifornirlo. Un milione di soldati in combattimento, consumano milioni di munizioni al giorno, senza contare i pezzi di ricambio. Dispone Kim Jong Un di una tale potenza industriale?
La risposta è no. A meno che la Cina non si impegni a rifornire l’esercito coreano, ma a questo punto la guerra potrebbe coinvolgerla direttamente. In una guerra non basta minacciare o peggio basarsi sul numero dei soldati. Gli otto milioni di baionette non servirono certo all’italico Duce a vincere la guerra e persino il potentissimo, avanzatissimo esercito tedesco, alla fine soccombette perché si trovò di fronte un’industria bellica, quella statunitense, in grado di sfornare negli ultimi mesi di guerra, ben quattromila carri armati al giorno. Stessa sorte toccò al Giappone imperiale. Quando la guerra si protrae, il numero dei soldati poco conta, l’industria fa la netta differenza tra la vittoria e la sconfitta.
La conclusione è che le minacce del dittatore coreano hanno più il sapore di una farsa che di un reale pericolo per la pace nel mondo.

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