Una bambina, rifugiata siriana, in Libano. Foto via UK Department for International Development, Wikimedia Commons.

Trump vuole riaffermare il protagonismo USA nel mondo

Le stragi dell’ISIS e il nuovo attivismo americano
di Diego Grazioli

Nonostante i tempi recenti ci hanno abituato a stragi e mattanze quotidiane, la scorsa settimana ha forse segnato il livello più alto di violenza ai danni di civili e di comunità religiose.
È stato l'Egitto a pagare il prezzo più sanguinoso di questa recrudescenza del terrore con due attentati che hanno devastato due chiese copte a Tanta ed Alessandria mentre erano in corso le celebrazioni della Domenica delle Palme. Esplosioni che hanno dilaniato almeno cinquanta fedeli e lasciato sul terreno un numero consistente di feriti, alcuni in condizioni disperate. Un'ondata di violenza che arriva a pochi giorni dalla visita in Egitto di papa Francesco che, nonostante i timori di nuovi attentati, ha prontamente confermato il suo viaggio, ribadendo al contempo la solidarietà della chiesa di Roma al suo omologo copto Tawadros II. Un gesto di coraggio che assume una valenza simbolica particolarmente importante, in un momento storico in cui le comunità cristiane del mondo sono sotto attacco da parte delle frange più estremiste dei miliziani della jihad.
Un effetto collaterale dei successi che stanno conseguendo le frammentate coalizioni internazionali in Siria ed Iraq dove i foreign fighters, ormai quasi sconfitti sul campo di battaglia, stanno ritornando nei loro paesi d'origine, con l'inevitabile conseguenza di destabilizzarne i fragili governi instauratisi dopo le rivoluzioni arabe.
Altro capitolo non meno gravido di conseguenze per la pace nel mondo è il nuovo attivismo del presidente americano Donald Trump, che in soli due giorni ha modificato l'approccio alle crisi internazionali che aveva impresso Barack Obama negli otto anni del suo mandato. Prima Trump ha dato l'ordine di radere al suolo la base aerea dell'aviazione siriana di Shayrat dalla quale erano partiti i caccia che avevano bombardato la cittadina di Khan Sheikhoun, nei pressi di Idlib, ultima enclave nel nord-ovest della Siria controllata dai ribelli. Un'operazione condotta senza aver la certezza che effettivamente siano stati gli aerei di Assad a sganciare le bombe armate con armi chimiche che hanno ucciso in maniera atroce oltre 80 persone, ma che è servita a riaffermare lo status di prima potenza degli Stati Uniti nello scenario geopolitico più caldo del pianeta. Un segnale di forza indirizzato soprattutto al presidente russo Vladimir Putin che, con l'intervento delle sue truppe in Siria, ha guadagnato visibilità e prestigio nello scacchiere internazionale.
La seconda mossa di Trump invece si è consumata nelle acque del Pacifico con l'invio di una flotta capitanata dalla portaerei Vinson a ridosso della penisola coreana, con l'intento di fermare i propositi bellicosi del leader della Corea del Nord Kim Jong-Un. Anche in questo scenario l'obiettivo di Washington è mandare un avvertimento al grande protettore del regime di Pyongyang, cioè la Cina.
Con queste due operazioni il messaggio degli Stati Uniti è chiaro: è finito il tempo del negoziato e della presunta evoluzione democratica del pianeta. L'America è tornata ed è disposta a far sentire la propria voce per riaffermare, anche con le armi, l'egemonia che dalla Seconda Guerra Mondiale aveva imposto al resto del mondo. Una presa di posizione che vuole essere anche un avvertimento all'Europa, ancora scossa dall'attentato perpetrato da un combattente islamico a Stoccolma, affinché implementi gli sforzi per l'istituzione di un organismo unico che coordini i vari eserciti europei e soprattutto gli apparati di intelligence. Unica soluzione in questa stagione di grandi tensioni per far sentire la propria voce e tutelare gli interessi di mezzo miliardo di abitanti.

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