President Trump Makes Remarks to Coalition Representatives and Senior US Commanders:

Memorandum d’Intesa

Italia-Libia: strumenti politici e finanziari
di Giorgio Castore

Con un occhio alle previsioni demografiche a lungo termine delle Nazioni Unite da qui al 2100, si può assumere che a quella data ci saranno 4,4 miliardi di africani in un mondo con poco più di 11 miliardi di persone. Con tale trend previsionale, in buona parte dovuto ad effetti migratori, che peraltro stiamo vivendo direttamente per effetto di conflitti, carestie, depauperamento e perdita di territori in via di desertificazione, sarebbe un grave errore non cercare di governarne gli effetti che, se abbandonati a se stessi, non sfuggirebbero dalle sirene dei radicalismi etnico - religiosi, incrementando marginalità sociale e disoccupazione.
Col titolo suggestivo “Africa Act”, l’ambizioso programma del Partito Democratico delinea una strategia d’intervento che finora è apparsa talvolta disordinata e non sempre coerente. Titolo ambizioso, molto probabilmente, ma non senza concretezza, come si osserva nelle iniziative disegnate dal Governo italiano non solo in questi ultimi mesi.
Risale ai primi di maggio del 2016, infatti, la presentazione del Migration Compact, dell’allora Presidente Matteo Renzi alla UE, un piano che focalizza sull’Africa una strategia di sviluppo che miri allo scambio tra UE e Paesi africani: un’offerta di progetti di investimento, prodotti finanziari UE-Africa, cooperazione sulla sicurezza, migrazioni verso l’Europa in quote nazionali e redistribuzione nei paesi europei, a fronte di un controllo effettivo delle frontiere, rimpatri degli immigrati irregolari, distinzione fra richiedenti asilo e migranti economici, sistemi nazionali diasilo politico, lotta aitrafficanti di esseri umani.
Il vertice di Malta dello scorso 3 febbraio, accogliendo le proposte italiane, ha segnato un deciso passo avanti nella direzione chiesta alla UE con un ulteriore stanziamento di duecento milioni di euro per il Nord Africa con priorità ai progetti di migrazione legati alla Libia: un procedere lento, ma pur sempre un progresso.
Se, dunque, il mezzo bicchiere, pur ancora lontano dal livello desiderato, si sta gradualmente riempiendo, le prospettive concrete ci ricordano che tra tutti i partecipanti alla gestione degli interventi di livello internazionale sulle migrazioni c’è almeno un convitato che rimane ancora di pietra: Donald Trump.
Le notizie che gli sono offerte sulla situazione libica gli mostrano probabilmente un Paese afflitto da interruzioni di energia elettrica, aumento dei prezzi, con cronica mancanza di combustibile, e soggetto a scontri perenni tra molte milizie della Libia, gruppi tribali e bande criminali, un quadro, peraltro, abbastanza realistico della situazione locale.
Con buona probabilità le opzioni che gli verranno sottoposte dal suo staff saranno almeno due: ammettere il fallimento e ritirarsi completamente dalla Libia, lasciandola agli interessi di altre potenze straniere, Russia compresa, ed a probabili scontri principalmente tra le forze orientali di Haftar e quelle alleate con il Governo di al-Serraj; oppure aumentare l'impegno sulla Libia e lavorare per una soluzione alternativa in grado di stabilizzare il paese.
Restiamo, comunque, in attesa delle decisioni degli Stati Uniti, il cui peso politico condiziona comunque quanto accade nel mondo, ma ben sapendo che il pugno duro di Trump sugli stranieri residenti, legittimamente o meno negli USA, è una questione di politica interna che non è utile a nessuno tentare di trasformare in atti di politica estera.

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