Metro di Londra: folla in un treno della Northern line durante l'ora di punta. Foto di Susanturner70 - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15663419

GB a sei mesi dal referendum: luci e ombre sul futuro

La Brexit e l'economia inglese
di Antonello Cannarozzo

I sondaggi ormai sappiamo che hanno un valore ipotetico e mai affermativo, i risultati, essendo sempre basati su valori matematici, lasciano il tempo che trovano tanto da incorrere in evidenti flop come per il recente referendum costituzionale, la clamorosa elezione di Trump negli Usa e quello dello scorso giugno per l'uscita della Gran Bretagna dalla Comunità europea dove, grazie ai sondaggisti, siamo andati a letto sicuri della vittoria di chi voleva restare legato al Continente e ci siamo svegliati con una realtà completamente differente.
Sei mesi fa, come ricorderanno un po' tutti, per le Isole inglesi si erano dipinte fosche previsioni su cosa sarebbe accaduto con la Brexit; nel giro di poche settimane avremmo assistito al suo crollo economico e alla fuga a gambe levate dei grandi investitori della City londinese. Qualcuno aveva anche profetizzato che sarebbe stato il Natale più duro dai tempi dell'ultima guerra per le città inglesi, insomma un vero tracollo per i sudditi di Sua maestà e a breve della intera comunità europea come nel famoso gioco del domino.
Ma come vive oggi il Regno Unito dopo queste drammatiche previsioni fatte dai cosiddetti esperti?
Ci sarebbe da dire benissimo alla faccia dei vari catastrofisti, anche se, ovviamente, come in tutte e cose, ci sono sempre luci ed ombre.
Il Pil è cresciuto dello 0,6% nei primi tre mesi dal referendum e si avvicina ad un insperato aumento ancora dello 0,5%, roba che noi italiani aggrappati alla sgangherata zattera dell'Euro ce lo sogniamo.
Addirittura il Times ha titolato che l'economia inglese era migliore dopo la Brexit rispetto alle economie dei G7, ciononostante altri economisti continuano a vedere un forte rallentamento per lo sviluppo della nazione, anche se ciò avverrà più tardi di quanto previsto inizialmente.
Alcuni analisti hanno scherzosamente scritto che se la catastrofe annunciata del dopo Brexit non c'è stata è perché non era stata valutata a sufficienza l'imperturbabilità degli inglesi davanti all'esito referendario, un po' come lo stesso errore che fece Hitler quando pensava che bombardando Londra avrebbe piegato il popolo e sappiamo come è finita. Gli inglesi in questo frangente hanno dimostrato un sentiment che, al di la dei risultati del referendum, non vedeva per il proprio tenore di vita alcun cambiamento nella scelta, tanto che i consumi sono aumentati dello 0,7% dando prova della vivacità del mercato interno, altro che deflazione nostrana.
Gli investimenti in questi primi mesi sono aumentati dello 0,4% meglio del previsto e anche segnali commerciali importanti come l'acquisto di macchinari o nuovi impianti, pur non esaltante, è tuttavia rimasto nella norma in maniera assai contenuta.
Risultati incoraggianti spiegati, tra l'altro, con la rapida soluzione della conseguente crisi di governo post-referendaria, l'uscita da Downing Street di Cameron e l'entrata quasi istantanea di Theresa May, al quale va aggiunta la scelta della Banca d'Inghilterra di abbassare i tassi d' interesse e far partire di nuovo gli acquisti di titoli di Stato ad agosto.
Una mossa che ha contribuito a sostenere la crescita.
Certo, dichiarare che siamo davanti a un nuovo boom ce ne corre, la situazione non è certo facile con i mercati e le borse di mezzo mondo ancora in crisi e una sterlina ancora troppo forte insieme a sperequazioni da non sottovalutare come, ad esempio, l'aumento positivo dei consumi che stride con il calo effettivo del potere di acquisto sceso dello 0,6%, a questo bisogna aggiungere una crescita dell'inflazione dovuta anche ai maggiori costi delle importazioni e con il pericolo, molto concreto, che l'euforia di indebitarsi a fronte di una mancata crescita degli stipendi pone il dilemma di quanto questa situazione possa durare a lungo nel tempo.
Intanto, la premier May ha promesso di attivare l'articolo 50 dei Trattati europei facendo partire i negoziati per l'effettiva uscita dall'Europa, fra due anni con conseguenze di stallo politico non solo verso la Ue, ma anche all'interno della politica inglese; bisognerà vedere se a prevalere sarà l'ala dura, guidata dal ministro degli esteri Boris Johnson, disposta ad uscire subito dal mercato comune europeo, o quella morbida, del cancelliere dello scacchiere Philip Hammond, che vuole in pratica restarci. Un nodo ancora tutto da sciogliere. Resta, infine, l'incognita ancora delle banche per cui è vitale mantenere il cosiddetto "passport" che permette loro di operare da Londra in tutta l'Ue e il timore di molti investitori per le conseguenze negative dalla Brexit.
Intanto, nonostante tutto, la nazione inglese non si è sfaldata secondo le più cupe previsioni anche se un certo malumore serpeggia ancora nell'Isola nonostante che l'economia vada e le prospettive, nonostante tante incognite, sono complesse, ma non drammatiche.
Solo i prossimi mesi sapranno dire se gli analisti economici avevano sbagliato soltanto l'orizzonte delle loro previsioni, oppure proprio la sostanza.

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